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Sfatare il discorso della morte in ciascun caso

Come cessa la paura della sars

Giancarlo Calciolari

Il tempo originario, immisurabile e irrisparmiabile esige la vita assoluta nella sua logica e nella sua industria. Questione di non accettazione intellettuale della paura. E questione anche di informazione senza più luoghi comuni.
L’indagine sulla sars richiede di precisare lo statuto dell’uomo senza più antropologia, senza più teologia, senza più zoologia, senza più ontologia.

(3.11.2003)

Occorre distinguere tra la sars e la malattia mediatica, come l’ha chiamata un medico, l’infettivologo Roberto Cauda, professore straordinario di malattie infettive e direttore della "Struttura complessa malattia infettive" del policlinico universitario Agostino Gemelli, università cattolica. Cauda definisce la sars, la prima malattia mediatica, la prima malattia seguita sin dall’avvio dai media. E per catacresi, "mediatica" è una malattia che è una creazione dei media. Occorre distinguere tra la creazione dei media e la malattia denominata sars. Sars che vuol dire severe acute respiratory syndrome, sindrome respiratoria acuta grave: la parola severe è tradotta come "grave", ma è anche "severa". La severità è una caratteristica mammista, c’è quando è negata l’autorità.

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Hiko Yoshitaka, "Sogno sul Bosforo", 1998, olio su tela, cm 35x45

La malattia mediatica è una malattia materna, nel senso che il maternage delle cose è il tentativo stesso di padroneggiarle, di controllarle. Gli umani accettano la versione mediatica di una malattia, ovvero la coltivano come qualcosa di domestico, che sfugge subito alla domesticità, perché incominciano proprio con il definirla atipica questa polmonite, e il gattino anomalo viene preso come un drago spaventoso che può uccidere milioni di persone, gettando nel terrore il mondo intero. Certamente nella creazione mediatica (politico-militare-religiosa) pesa anche il ricordo di copertura dell’asiatica del 1956: ma il ricordo nega l’esperienza.

La paura della sars nega l’istanza della salute, nega l’istanza di qualità e partecipa all’indifferenza in materia di salute. Non è la difesa dalla malattia che partecipa all’istanza di salute. L’istanza di salute è l’istanza di qualità. Mentre l’istanza che pone la salute come bene ideale e scatena la guerra al male, sino all’economia dell’ultimo male, e deve trovare l’antidoto alla morte, ha già accettato la morte, non partecipa all’istanza di salute.

L’istanza di qualità, la cifra, è tolta, e c’è la rappresentazione della quantità nell’ordinale, una quantità che viene divisa in due (positiva e negativa, rimedio e veleno, bene e male, benattia e malattia), e richiede la decifrazione e i decifratori, e i migliori decifranti indicherebbero la direzione della salute nell’economia del male, della malattia, del negativo, del peccato.
La difesa dal virus e la guerra (l’offesa) al virus partecipano a scavarsi la fossa: a accettare la sars come malattia letale. La fossa è l’altro nome della caverna platonica. Curiosamente, perché difendersi dal virus, quando il virus a tutt’oggi è solo il probabile responsabile?

Il virus non è certo che sia il responsabile, come non è ancora certa l’ipotesi virale dell’aids. Come non è mai stata certa l’ipotesi virale del cancro.
Come difendersi da un ipotetico agente di malattia, così generatore di pathos da chiamarsi patogeno? Nella peste nera del 1348 c’è chi si è seppellito vivo dalla paura di essere contaminato. Questo è un po’ quello che è in gioco oggi: gli umani si stanno seppellendo vivi dalla paura della sars.

Nei paesi vicino a Pechino, le porte sono state sprangate, le vie sono state blindate e non viene accettato chi non è conosciuto, come se chi è conosciuto non fosse sfiorato dalla questione. Questa modalità richiede lo sbarramento all’Altro, al posto dell’Altro tempo, ci sarebbe la negativa dell’Altro. Tolto l’Altro c’è il negativo, il male, l’incesto, il peccato; in questo caso il male è dato come malattia.

C’è la fantasia di un contagio globale, di una malattia mortale che minaccia tutti, nessuno escluso: questo è già stato tentato per via mediatica con l’aids, il segretario delle Nazioni unite Kofi Annan aveva detto che nessuno era esente dalla minaccia dell’aids.

Questa minaccia pare una novità, pare una cosa recente, dopo che nel mondo occidentale c’è la presunzione della salute perfetta, perché ci sono condizioni di vita, in particolare alimentari e igieniche, che permettono di debellare la maggior parte delle malattie. Qualcosa sfugge a questo tipico controllo sanitario globale e qualche malattia "atipica" minaccia mortalmente tutti?

Quelli che sono stati chiamati i flagelli (la sifilide, il cancro, l’aids, la depressione...) sono sempre prosperati come la malattia mortale di tutti gli umani. E sempre più la depressione giocherà questo ruolo, poiché è quella malattia mortale che come drago non ha bisogno del pretesto del gattino. Appena emerso l’aids, c’è chi ha prospettato il virus Ebola come nuovo flagello dell’umanità.

Uno dei ricercatori scientifici della sars, Carlo Urbani, è morto di questa malattia in Vietnam: aveva sospettato che non fosse una malattia tipica ma avrebbe potuto essere un flagello e causare la morte di più di un milione di persone. Forse è morto di paura.
In India ci sono state scene collettive di panico per la sars e il ministro della sanità si è trovato poi a dire che i 19 casi erano sospetti, non erano conclamati e nulla era certo rispetto alla malattia dei sospettati. In Cina si sono massacrati cani, gatti e animali domestici per paura che diffondessero l’infezione.

Il contagio globale, la diffusione rapidissima della malattia, il rischio enorme per tutti è della morte, è della fantasia di morte, è della minaccia di morte. Il giornale "Le Monde" parla di "lancio" senza precedenti, come se fosse il lancio della campagna promozionale di un prodotto: l’Organizzazione mondiale della sanità ha suonato la campanella dall’allarme planetario della sars.
Il giornale lascia intendere che la notizia è stata pilotata.

L’Organizzazione mondiale della sanità, il 15 marzo 2003, dice che la sars è una minaccia sanitaria mondiale. Chi è sotto minaccia? Qual è quell’uomo che è sotto minaccia di morte? E poi perché la minaccia di morte? Due sono le minacce che i professionisti e i funzionari della morte fanno: una è la minaccia di prigione e l’altra è la minaccia di morte, o anche entrambe, come con Giordano Bruno.

Anche questa non è un invenzione recente, la prima formulazione dell’uomo sottoposto alla minaccia di morte c’è nel sillogismo di Aristotele: "tutti gli animali sono mortali, gli uomini sono animali, quindi tutti gli uomini sono mortali". Questo è il primo lancio della minaccia di morte sull’uomo. L’uomo avrebbe il suo statuto ontologico formalizzato da un’equazione, la vita dell’uomo sarebbe rappresentata da un’equazione. È la gnosi, la presunta conoscenza del bene e del male, la presunzione di conoscere già l’itinerario di vita.

L’uomo sarebbe un’incognita, una X, inconoscibile in sé, ma conoscibile come funzione di un’altra cosa (postulata come conoscibile), la Y.
X = f(Y). È postulata una correlazione tra X e Y, un segno eguale, che stabilirebbe una corrispondenza biunivoca, e X sarebbe una variabile di Y. Questa è l’algebra della vita, ovvero il discorso della morte formalizzato da Aristotele, x=f(m): X è una funzione di morte, l’uomo come incognita è già destinato alla morte. Martin Heidegger, il primo post-filosofo (ha scritto La fine della filosofia), non dice altro che X è una funzione di morte, arriva a dire che X è "essere", e è "essere per la morte", soggetto alla morte.

Nel 1621, Robert Burton, in Anatomia della malinconia, dice che la malinconia è il tratto di morte che s’incolla all’uomo. Per un verso è una variante del discorso della morte, ma per un altro verso allude allo statuto dell’uomo senza più l’incollatura della morte. E il collante in questione sarebbe proprio l’invischiamento con il discorso della morte.

In una recente intervista, il premio Nobel della letteratura José Saramago, pareva dire una grandissima cosa, un’invenzione frutto di notti sofferte: "l’uomo è un animale malato". Saramago è semplicemente aristotelico. Già l’enunciato che l’uomo è un animale lo dà per naturalmente spacciato. Dirlo malato è pleonastico. Non a caso Saramago dice che gli può capitare d’interrogarsi se non abbia mai vissuto. E, in effetti, se ci crede, ma non ci crede perché lo formula, lui sarebbe un animale malato, lui sarebbe f(m), e se l’uomo è funzione di morte, se l’uomo è predestinazione alla morte, non c’è viaggio, non c’è itinerario, e ognuno è spacciato.

Ognuno cercherebbe il segno della morte che arriva, anche Pavese: "verrà la morte è avrà i tuoi occhi". E avrà il segno, il segno di morte, gli occhi avranno il segno della morte, gli occhi sono il segno della morte, gli occhi sono la morte, la morte sono gli occhi, e la vita è tutta già vista.

La vita non è scrivibile con un’equazione, non è funzione di morte, l’itinerario non è già dato, non c’è nessuna predestinazione. Allora, che cosa si scrive? Non si scrive X = f(m). Si scrive l’esperienza, l’esperienza autentica. Forse l’inghippo di Saramago è di avere scritto i suoi libri in quanto X = f(m)? Certamente avrebbe la sensazione di non aver mai vissuto. L’uomo duplicato? L’uomo senza duplicazione, l’uomo nell’esperienza originaria è il cavaliere senza paura di cui parla Ariosto. L’indagine sullo statuto dell’uomo non è alla portata di tutti.

Quale sarebbe la verità di X? La cifra si troverebbe sempre nella funzione di morte. Decifrare la morte? Quando verrà? Qual è il segno? Verrà e avrà i tuoi occhi. Pavese si è suicidato, non è un esempio interessante di vita come caso di qualità.

Qual è il risultato della sars come minaccia di morte? Il conformismo blindato, tutti chiusi nelle case, con passatempi pseudoculturali, pseudoartistici e pseudoscientifici. Nessun turismo intellettuale. E nient’Altro. Un modo per realizzare il principio di non contraddizione, il principio d’identità e il principio di esclusione. Occorre che A sia assolutamente eguale a A, che non differisca da sé, perché appena arriva B: è atipico, candidato all’esclusione e poi escluso. E tutti i B sono definiti come non-A.

I sospettati di polmonite atipica vengono incarcerati negli ospedali. Siccome non viene assunta la minaccia di morte da parte dei sospettati, c’è subito la minaccia di prigione, e vengono imprigionati. La prigione è la cura per l’atipicità.
La malattia mediatica è proposta come pena di morte. Ma il gattino ha quasi gli occhi ancora chiusi: la polmonite atipica ha una mortalità del quattro per cento, addirittura più bassa di certe altre polmoniti. Apparentemente, il contagio si è diffuso molto, invece si tratta di psicotizzazione degli umani. E resta da scrivere la storia della colonna infame della sars.

Non c’è nulla da decifrare se la questione è l’istanza di qualità, l’istanza di cifra per ciascuno.
La sars non è un mistero né un’egnima, viene proposta così solo per avere il sapere certificato della nomenclatura, che non sa se il coronavirus è patogeno o non è patogeno, se è coronavirus o no, se è il virus con la corona, l’imperatore virus della morte, se ha la corona della morte. La nomenclatura deve dire ciò che va bene e ciò che va male, per dare l’antidoto, per il business del veleno contro la vita, apparentemente contro la morte. La decifrazione, infatti, crea il rimedio che poi risulta veleno. Tale era già nella farmacia di Platone e poi di Ippocrate. E il serpente da cui è tratto il veleno è ancora il simbolo della farmacia.

La nozione di causalità, tra la causa e gli effetti, per la malattia è tutt’oggi quanto più vago e, non a caso, si chiamano postulati quelli di Robert Koch per decidere quando un germe è la causa della malattia. Ma bastano tre fattori per dissolvere questa fantasmatica, perché già si avrebbe un’equazione a tre incognite, e si avrebbe un’algebra della salute complicatissima.

Nessuno dice in termini di logica matematica quanti sarebbero i virus che si possono trovare presenti nel caso di centoventi morti, e tuttavia innocui. Nella sars si è trovato il coronavirus solo nel quaranta percento dei casi. E sebbene tutti gli uomini suicidi portano i pantaloni, la causa del suicido non sta nei pantaloni. Eppure la perfetta causalità del discorso medico ha permesso e permette ancora che l’ipotesi dell’aids di Peter Düsberg non sia ancora stata vagliata dalla comunità medica, abbarbicata al business farmacologico.

Possiamo proseguire l’analisi dello statuto della paura infinita, sul quale poggia il business della morte, e non viceversa. La presunzione che l’uomo sia soggetto alla morte comporta molte implicazioni. Per esempio, religiose e militari. Il discorso della morte è il discorso della guerra. Non è un caso che l’attenzione dei media da metà marzo non ha mai abbandonato il fronte di questa nuova patologia. Anche questa è guerra preventiva.

La sars è emersa nello stesso momento che si è conclamata la guerra in Iraq. In parte, la minaccia di morte planetaria rende risibile e locale la guerra in Iraq. E la sua fine sarebbe solo una questione di tempo che deve passare. E di passaggio in passaggio è la morte a venire accettata. In tal senso, ogni guerra è preventiva. Che cosa si è accettato a proposito dell’Iraq? Si è accettata la nobile menzogna del tiranno (creato dal popolo che a sua volta è una creazione fantasmatica), che è sempre ignobile: si è accettato e armato l’occupazione del paese prima (per una guerra preventiva contro l’Iran) e si è accettato poi la liberazione dall’occupante che si sentiva a casa sua. E poiché A = A, c’erano molte copie di A a salvaguardia dell’originale. E il tutto è una guerra preventiva contro gli "stati canaglia". Contro l’uomo cane. L’uomo animale di Aristotele, più o meno razionale, ma sempre animale.

Il sintomo non è il segno della morte, anche la sars come malattia non è il segno della morte, il sintomo conserva la struttura della vita, nega, contraddice il tentativo di padroneggiare la vita con il fantasma di morte. Non è il segno della morte che sta arrivando, ma la sentinella estrema della vita che non accetta la rappresentazione della morte.

Il sintomo è un modo per accorgersi che le condizioni di vita sono estreme? Ma lo erano già prima, quando la vita di ognuno sembrava facile. Si può non affrontare il nodo della vita e lasciarsi andare alla genealogia, e quindi alla predestinazione al bene o al male. E fatalmente chi è colpito dalla malattia si sente predestinato. Così non si pone non nessuna interrogazione, nessuna questione intellettuale, e negata l’istanza di salute, l’istanza di qualità, ognuno è immunitariamente deficiente.

È facilissimo predire il male. C’è chi ha profetizzato le venuta sul palco televisivo d’infelici colpiti da malattie rare, atipiche, incurabili. Ma queste malattie peggiori sono la minaccia di morte come infinito potenziale in atto. Ogni minaccia si propone di attuare il governo mondiale della morte, poiché la minaccia precedente non è riuscita a realizzare la necropoli, il cimitero universale.

Ogni virus si annuncia come più potente di quello che l’ha preceduto. Ognuno si occupa della catastrofe, dell’incidente del futuro, dell’incidente che verrà, e il bene verrebbe solo dal perfetto padroneggiamento della catastrofe, dall’economia perfetta del male. Uno di questi teorici della scatola nera, che offre talvolta elementi interessanti all’analisi, è Paul Virilio.

C’è anche un medico, Michel Bounan, che ha scritto un libro attorno all’aids, Le temps du sida (Parigi, Allia, 1998), e che annunciava, dal tentativo di governo mondiale, l’emergenza di malattie sempre più esponenzialmente terribili rispetto all’aids. Aveva già preso l’aids come una malattia mediatica, come una tecnica di padroneggiamento degli umani con la minaccia di morte. La minaccia di morte, che cosa otterrebbe? Che gli umani si calmino, che si attengano ai principi convenzionali d’identità, ognuno sarebbe nato per fare quella cosa, tagliato per quel mestiere, non per fare altro, non c’è Altro, non c’è ospite che possa arrivare che non venga subito escluso. Ma la contraddizione, l’inidentità e il terzo minano la convenzione.

Com’è possibile che la causa sia probabile e già si è prospettata l’emergenza di virus ancora più terribili? Se è probabile come fa ha essere terribile? E perché questo terribile fantastico non potrebbe far sorridere come al cinema?

Che cosa sono i tre principi della filosofia greca? Il principio d’identità, il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso sono quello che con ironia lo scrittore e medico Francesco Saba Sardi ha chiamato la normalina, perché sono i postulati della normalità. La normalizzazione degli umani è l’accettazione della morte, l’accettazione della cicuta di Socrate.

Ognuno non è immune dalla tentazione sostanziale e mentale, ognuno ha paura, ma non ciascuno. In un itinerario di vita dove il rischio è il rischio di vivere e non il pericolo di morire, ciascuno diviene dispositivo di qualità, e il dispositivo immunitario s’instaura, senza più paura.

Giordano Bruno aveva ironizzato sull’asino e sulla quintessenza dell’asineria, attribuendosela per gioco, ma non gli ha evitato l’attacco della provincia e il martirio. Qual è la proprietà dell’asineria quale forma sublime di normalina? Per esempio, presumersi di sinistra per escludere chi è presunto di destra e viceversa.

Nemmeno al cospetto di Dio sapremo dire chi è A e chi è non-A. È una disputa nomeclaristica per i doganieri della vita, interessa solo chi vuole istituire dogane e dazi sulla vita; infatti, non avendo questo interesse, noi non sappiamo chi siano gli inclusi e gli esclusi. Solo un morto-vivente o un vivente-morto possono essere di parte, di banda, di clan. Solo un uomo x = f (m) non si ammette nella vita e si adagia dalla culla alla tomba nella pseudovita, che paventa José Saramago.

La scommessa di vita richiede che l’uomo non sia eguale a un valore della funzione di morte, ma sia lo statuto del figlio nella parola, lo statuto di ammissione delle cose nella parola.

Un lemma si affaccia nella vita e non è attaccato all’albero come buono o come cattivo. Non necessità delle domande: lo posso ammettere o non lo posso ammettere? fa parte della mia casta o non fa parte della mia casta? fa parte della mia genealogia, della mia famiglia, della mia compagnia? Ciascun elemento funziona come A, come non-A e come Altro da A e da non-A.

Qual è la metamorfosi indotta dall’asineria? Quella dell’uomo nell’animale, in grado di trasformare un grande accademico in un trombetto e un trombetto in un grande accademico. Capita spesso. Per questo aspetto, la sars risulta una strombettata mediatica, come la mucca pazza, come l’ipotesi che l’hiv provoca l’aids, come la guerra di liberazione in Iraq.

Negato il tempo per abitare il labirinto oscuro della morte, il limite che è del tempo diventa limite personale, limite soggettivo, umano, per cui si tratterebbe di fare solo ciò che si addice alla propria cellula, alla sua rotondità o alla sua quadraticità. Il quadrato è l’omeomorfismo del cerchio. L’impossibile geometria della vita presiede alla lottizzazione: a ognuno il suo loculo dove seppellirsi dalla paura.

Tolto il tempo, l’attribuzione del limite all’umano indicherebbe quello che non si può fare, questo è il tabù del fare. Ma non c’è il tabù del fare. C’è il non dell’avere: l’impossibile possessione delle cose, c’è il non dell’essere: l’impossibile ontologia delle cose. Le cose non sono fisse, non sono già date, non stanno là, nella struttura dell’essere, che poi è l’altro nome della morte. Tra i due "non" c’è il contingente, c’è il fare, ci sono le cose che si fanno.

È chiaro che c’è un business formidabile per la vendita degli antidoti, indipendentemente che siano veleni o rimedi, ma non è il business principale, è un aspetto. Il business è proprio il business della morte: governare gli umani minacciandoli di morte.

Ma non c’è nessuna conoscenza della sars, perché della morte non c’è nessun segno. Freud dice che nemmeno nell’inconscio c’è un segno di realtà, e introduce il termine pulsione di morte anche rispetto alla credenza nell’identità del segno.

La morte è un indice e non un segno: è l’indice estremo della differenza, è pulsione di distruzione dell’identico, dell’uno che si presume identico a sé. La pulsione di distruzione o di morte non è la pulsione di uccidere. La pulsione di cui parla Freud non è una facoltà degli umani: è quel che impedisce agli umani di erigersi in bande totemiche per spartirsi il pianeta come torta, sino alla completa sparizione dell’Altro.

Allora, chi governa la scena mediatica? Governano le marionette sociali deleganti, governa chi si scava la fossa, governa chi accetta la morte, chi accetta la convenzione.

Ma non c’è vita in assenza d’intellettualità, in assenza di cultura, in assenza di arte. La maggior parte degli umani dovrebbe fare i soldi, essere piena di sostanze, e come sostanze dovrebbe avere le case, le auto, le donne, i figli, i soldi; e l’arte la cultura e la scienza potrebbero essere un opzional. Questa è la vita X = f(m): è la vita convenzionale; e per questo la mentalità dell’epoca non capisce i contrappassi delle convenzioni, per questo non capisce i rapimenti dei soggetti, il raptus: l’equivalente generale di tutte le spiegazioni facilissime.

La scena mediatica governa con la paura chi crede che la cultura, l’arte, la scienza siano un opzional. Certamente chi crede di non aver nulla a che fare con l’arte, con la scienza, con la cultura è governato dalla paura; e allora gli diranno "vai a destra" e lui va a destra, "vai a sinistra" e lui va a sinistra, gli diranno che oggi sono bravi quelli di destra e troverà che sono bravi quelli di destra, domani gli diranno che sono più bravi quelli di sinistra e troverà che sono più bravi quelli di sinistra. In assenza di sovranità.

La sovranità non è dell’uomo posto al centro e nemmeno è persa dall’uomo posto a margine. La sovranità è solo un elemento dell’ironia della vita, è sopra/sotto, è inferno/superno. La sovranità è il modo della relazione, il modo dell’apertura, il modo del due e non genealogia del taglio sociale in quadrati o in rotondi. Negata la particolarità, ognuno (in matematica è detto "quantificatore universale") dovrebbe attenersi alla sua cellula, alla sua predestinazione, alla sua genealogia sociale.

Dinnanzi alla sars c’è chi ha proposto di fare come Eduardo De Filippo: "Add’a passà ’a nuttata". Ma la notte non passa, e nemmeno il giorno. Il tempo stesso, per il suo passo, è impassibile. Occorre attenersi al tempo dell’esperienza originaria, non al tempo convenzionale, che sarebbe il tempo che passa e che scorre, il tempo come durata.

Il tempo originario, immisurabile e irrisparmiabile esige la vita assoluta nella sua logica e nella sua industria. Questione di non accettazione intellettuale della paura. E questione anche di informazione senza più luoghi comuni.
L’indagine sulla sars richiede di precisare lo statuto dell’uomo senza più antropologia, senza più teologia, senza più zoologia, senza più ontologia.

Conferenza del 28 maggio 2003

Trascrizione di Christiane Apprieux, rivista dall’autore.
Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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