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Quale fine

Antonella Iurilli Duhamel
(22.10.2012)

"La mia Anima non insegue la vita eterna ma cerca di esaurire l’immenso reame delle possibilità”.

Pindaro

La fine del mondo è un tema ricorrente che dalla notte dei tempi ha dato corpo alle ansie collettive e individuali della nostra umanità. Alcuni scienziati prevedono che moriremo di freddo, il pianeta si congelerà, e noi ci trasformeremo in ghiaccioli; altri invece, sostengono che il progressivo surriscaldamento del pianeta ci farà fondere come metalli in un immenso crogiuolo.

La preoccupazione non è nuova, è sempre esistita come scenario di fondo, ma in tempi di transizione e cambiamento, diviene ancor più consistente. Il cambiamento di per sé è sempre un rischio, spesso scatena momenti d’insicurezza, e “Cambiare fa più paura di morire”, non è stato detto per caso, ma perché la fiducia nella vita, è minata alle radici generando in questa eventualità previsioni catastrofiche, aprendo il varco a posizioni fobiche, irrazionali, fanatiche e fondamentaliste.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2012

Le profezie sulla fine del mondo abbondano dalla notte dei tempi, e per quanto irrazionali possano essere, si propongono paradossalmente di fornire un senso e una motivazione all’orrore e al terrore incontrollabile, che la gente si porta dentro spesso a propria insaputa. Dare corpo e figura ad una situazione orrifica può in un certo senso giustificare la voragine di terrore interiore, ed è come se la persona potesse, guardandolo in faccia, allontanarlo dalle proprie viscere. Molte forme di paranoia sono in effetti, la conseguenza di quanto interiormente non si riesce ad accettare, come per esempio la sfiducia e il terrore nei confronti dello sconosciuto e dell’imponderabile di fronte all’imprevedibilità della vita. Nessuno di noi sa quando sarà ferito, quando s’innamorerà, quando sarà tradito, quando e se potrà risorgere dal proprio dolore, ma soprattutto quando morirà.


Lo psicoanalista Carl Jung ci ha dato la possibilità di interpretare la fine del mondo in termini archetipici. Il termine archetipo fu da lui coniato nel 1919 a Londra, riferendosi a una forma innata d’intuizione, un fattore a priori che influenza tutti i processi psichici. Alla stessa stregua dell’istinto che porta l’uomo a scegliere specifici modi di esistenza, l’archetipo forza i suoi modi di percezione e apprensione dirigendoli verso specifici modelli.


Gli istinti e gli archetipi assieme formano l’inconscio collettivo. L’archetipo è un’attitudine viva che plasma costantemente i nostri pensieri, i nostri sentimenti e le nostre azioni assumendo una rilevanza significativa nelle nostre esistenze. Tuttavia non sono tangibili, anche se possiamo rilevarne la loro presenza attraverso l’azione esercitata su di noi in specifici momenti della nostra vita.


L’Apocalisse, è un archetipo che spesso da luogo a sogni di annichilimento totale spesso accompagnati da sentimenti di devastazione e terrore.


Secondo l’interpretazione di Jung l’attivazione di questo archetipo, è accompagnata dall’irruzione del Sé nei confronti delle illusioni di strapotere dell’Ego, il quale vive l’esperienza come una disastrosa sconfitta. Più l’Ego è fragile, più teme di confrontarsi con la propria fragilità, e preferisce illudersi di poter essere in controllo della vita, preferendo nutrire la falsità della propria grandiosità. I sentimenti di ansia e di disperazione che accompagnano questi sogni o eventuali previsioni di fine del mondo sono il sintomo della lontananza dell’Ego dalle sue profondità. Un aspetto fondamentale della crescita spirituale è il riconoscere quanto l’Ego sia limitato e inferiore rispetto alla saggezza e al potere del Sé comparabili alla saggezza e al potere della Natura.


La comparsa di sogni o sentimenti di angoscia collegati alla fine del modo, dovrebbe far riflettere sulla necessità del cambiamento di cui il Sé si fa portavoce chiedendo di emergere dall’oscurità ai livelli della luce della coscienza. L’irruzione del Sé lascia l’Ego tramortito e disperato, ma la disperazione dipende dall’incapacità di riconoscere i nostri limiti, i nostri errori, per divenire maggiormente autentici e reali.


Il termine Apocalisse deriva dal greco apo e kalypto, che significano, portar via ma anche coprire, nascondere. Apocalisse, allora è scoprire qualcosa che era stato coperto. Che cosa era stato coperto? Quale verità circa il presente e gli eventi a venire? Quando il nostro mondo è scosso da un terremoto emotivo, è il Sé a volerlo e ad attuarlo per ripristinare equilibri perduti. Solo grazie alla perdita del nostro vecchio mondo, è possibile vivere l’esperienza dell’ apocastasis, cioè la ricostruzione di ciò che è alla base dell’archetipo. Il Sé necessita dunque di costante rinnovamento, che come un fiume in piena irrompe nella coscienza abbattendo le statiche convenzioni di un Ego grandioso ma inaridito. A livello collettivo l’archetipo dell’Apocalisse, inteso quindi come “trasformazione”, riorienterà l’umanità allontanandola dai miraggi di una civilizzazione squilibrata per permettere un nuovo modo di vivere, più consono alle reali possibilità e più vitale.


Segnali di attivazione dell’archetipo dell’Apocalisse, possono essere individuati nel proliferare di culti e sette, dove “grandiosi” leaders, identificandosi con l’archetipo, ingigantiscono pomposamente grazie allo strapotere di questo archetipo, ma sovente precipitano dritti verso la loro rovina trascinando con sé incauti adepti, illusi cavalieri dell’Apocalisse. Ulteriori segni sono rappresentati dalle tensioni delle relazioni politiche internazionali, che generano il terrorismo, ma anche dal proliferare degli ismi : colonialismo, comunismo, socialismo, sciovinismo, patriottismo. Infatti la nostra lingua conta a migliaia queste parole che mirano a concettualizzare, teorizzare e ridurre l’individualità ad una forma collettiva.


Altri sintomi di attivazione dell’archetipo sono la condizione degli Stati, incapaci di tutelare i propri cittadini. Altri marcatori della sua attivazione includono l’avvistamento di UFO, e le esperienze a loro correlate come i casi di adduzione; nondimeno il proliferare di brutalità pornografica, volgarità, e altre forme di degrado umano nell’uso di armi di distruzione di massa come esplosioni nucleari, napalm, bombe chimiche, tutti sintomi che ci fanno temere che il mondo è ormai all’ultimo stadio del suo degrado.


Considerando il panorama umano politico e culturale da cui siamo circondati, non v’è dubbio che l’archetipo Apocalisse è in piena attività attivato, ma se si commette l’errore di trascurare la sua valenza archetipica si sprofonda automaticamente in uno stato proiettivo dove prevalgono terrore, furia e brutalità, violenza, sopraffazioni e guerre.


Ogni volta che si ravvisano i sintomi della sua attivazione, siamo di fronte alla necessità di doverci occupare della nostra psiche, abbiamo bisogno di compiere una seria riflessione sulle nostre personali spaccature, sulla necessità di riconciliare gli opposti e le contraddizioni all’interno della nostra personalità.


Jung da buon psicoterapeuta lavorò instancabilmente per guarire il mondo, alimentare la pace, e riconciliare i conflitti. Secondo il suo punto di vista non ci sarà alcun cambiamento reale senza un lavoro che parta dalle fondamenta della persona e dalla base di una relazione io/tu. Secondo il suo punto di vista l’archetipo Apocalisse va affrontato in termini simbolici, come un’opportunità di esplorazione e maggiore conoscenza di sé e della propria interiorità, di quanto costantemente nascondiamo dietro le maschere dei nostri ruoli abituali. Quando l’archetipo non è conosciuto, prende il controllo della personalità, la quale ne è letteralmente posseduta e in questo stato di cecità le reazioni sono spesso distruttive e autodistruttive. Di fronte all’attivazione di quest’archetipo sono moltissime le persone che stanno organizzandosi nella illusione di sopravvivere alla fine del mondo, in America abbiamo i preppers, o ad esempio gente che va in rovina per costruire costosi Bunkers dove accumulare scorte alimentari oltre misura, e persino sette in cui gli adepti si preparano all’immortalità e all’ascensione.

Basta guardare le stime del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), che registrano un netto aumento dei membri di sette che predicano l’Apocalisse sia in Italia, quanto nel resto del mondo, come se destasse meno angoscia l’imminente fine del mondo, senza riflettere sul semplice e ineluttabile fatto che il mondo continuerà, e invece saremo noi, che ad un certo punto, “dovremo passare il testimone” passando a miglior vita oppure disperdendoci nel vuoto assoluto.


Se quest’atteggiamento irrazionale riesce a far presa è solo perché nell’animo del fanatico scatta il meccanismo della garanzia di protezione assoluta nel bel mezzo del caos universale, e il far parte di un certo gruppo di persone elette sarà il lasciapassare dei buoni che si salveranno. Nessuna consapevolezza delle basi totalmente antispirituali di certe posizioni, dove la presunzione di far parte della schiera dei buoni, alimenta la solita piaga perniciosa della superiorità spirituale.


Nessuna consapevolezza del fatto che la rivendicazione di una presunta superiorità spirituale è la negazione della spiritualità in sé, la quale è fondamentalmente la ricerca dell’unione di se stessi col mondo, ma soprattutto la percezione e l’identificazione con un’anima collettiva.


Questi comportamenti deliranti sono l’espressione di un Ego che non vuole rinunciare alla sua illusione di grandiosità, e di una personalità dominata da un Ego atrofizzato nella sua pomposità, disposto a lanciarsi a capofitto in un burrone piuttosto che arrendersi ai propri limiti e far posto alla saggezza del Sé. Ogni tentativo di guadagnarsi garanzie per l’eternità è solo un gesto al contempo grandioso e disperato, dettato dalla totale sfiducia nella vita e in se stessi.


Da un lato abbiamo l’espressione del delirio di onnipotenza e dall’altra la totale incapacità di vivere nel presente e nella realtà, con i piedi ancorati nella verità dei propri limiti e delle proprie reali possibilità e dei propri talenti. Assommando l’incapacità di venire a patti con il rancore per il passato e l’incapacità di perdonare chi li ha feriti e la cronica ansia per il futuro, assistiamo al proliferare di personalità atrofizzate, immature e distruttive.


Anche il mondo dell’Arte è popolato da opere che ci hanno mostrato le ferite di questa umanità incapace di credere, di rinascere nella semplicità del momento, accettando i limiti e le possibilità reali del nostro breve e prezioso passaggio su questa terra.

Sono molte le opere che testimoniano queste problematiche, e le varie interpretazioni fornite dagli artisti sono molto utili per comprendere tali ansie. Nel Giardino delle delizie umane, Hieronimus Bosch ci rappresenta un idilliaco giardino dell’Eden, che nello stesso tempo contiene anche i semi della catastrofe infernale in cui si può sprofondare quando si abusa dei sensi. Abbiamo di fronte a noi la profezia di una fine del mondo causata da eccesso e squilibrio: l’umanità che cede al peccato ed è condannata all’inferno.

Michelangelo invece, nel suo Giudizio Universale, mostra un livellamento delle classi sociali, dove tutti, dal più ricco a più povero, saranno giudicati per quello che sono, e pertanto saranno spogliati delle vesti e mostreranno i limiti e gli errori per i quali saranno giudicati; anche se poi questa nudità sarà messa sotto accusa dal Concilio di Trento che vide bene di mettere qui e là qualche braga.

Molto più romantica e passionale, l’atmosfera delle Porte dell’inferno realizzate da Auguste Rodin. In questo caso l’amore è descritto come croce e delizia, in altre parole, come una strada che può condurre direttamente in Paradiso oppure all’Inferno. Questo capolavoro dà il senso della condizione dell’uomo, il quale sicuramente nasce da un atto di amore, ma molto spesso l’amore si distorce sino a trasformarsi in incubo.

L’amore vissuto da un embrione di essere umano nel periodo prenatale dove, per essere potuto venire al mondo deve aver sperimentato delle condizioni di calore e intimità oltre ad una certa stabilità senza le quali la vita del feto non sarebbe stata di certo possibile. E allora Rodin ci fornisce una chiave di lettura della fine del mondo strettamente legata ai destini o ai corsi dell’Amore, nello specifico abbiamo la perdita dell’Eden di Adamo, che è la perdita dell’amore divino, ma anche quella di Paolo e Francesca, e forse non a caso, abbiamo anche la stessa di Rodin e di Camille Claudel, dal momento che tra i vari personaggi c’è anche la statua : Il Bacio, notoriamente ispirata da Camille durante la loro tumultuosa e disperata storia d’amore.

La perdita dell’amore genera odio, terrore, orrore, distruzione e pura follia poiché si sono perse le basi del bene comune, quello che ci fa sentire fratelli; in questa ottica l’opera di Munch è un altro richiamo alla desolante angoscia di questa privazione e alle deleterie ripercussioni per la psiche dell’umanità. Il Grido è l’emblema dell’odio e del conseguente senso di isolamento, dell’ansia e della disperazione espresse dalla figura in primo piano persa in uno spazio vuoto. Il Grido rappresenta la condizione psicotica dopo la rottura dei canali amorosi, quando ci si ritrova asfissiati da un urlo che non riesce più a raggiungere il mondo.

Il più bel messaggio di fiducia nella vita lo dona Paul Gauguin con il suo: D’où venons nous / Que sommes nous / Où allons nous, (Da, dove veniamo, cosa siamo, dove stiamo andando). Quest’opera è anche il culmine di ciò che egli tentò di raggiungere con la sua arte: un testamento spirituale per le generazioni a venire, un invito alla ricerca della serenità nella capacità di vivere le tappe del nostro esistere con semplicità e naturalezza.


Da dove veniamo, non lo sappiamo, dove stiamo andando ancor meno, cosa siamo, richiede intenso lavoro; eppure tra tanta incertezza, la luce radiosa che proviene dalla capacità di esistere pienamente nel momento presente, è la risposta a tanta angoscia e incertezza.


Gauguin tentò di sintetizzare e conciliare nella sua Arte estrema, i conflitti comuni al resto dell’umanità: civilizzazione/primitività, sacro/profano, vita/morte, uomo/donna, spiritualità/materialismo, e ci ha reso partecipi della ricerca del suo Paradiso grazie alla costante trasformazione dei suoi innumerevoli inferni, mediante il linguaggio della forma e la contemplazione dell’esistenza umana, per approdare infine alle profonde emozioni che illuminano la nostra misteriosa vita.


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26.04.2017