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Molti Cristi, una sola croce

Antonella Iurilli Duhamel

Quando con un click è possibile cancellare un dolore e specialmente chi ce lo ha causato, o quando un avatar, mostra solo alcune parti di noi , quelle atte a procurare sensazioni e relativi rimandi di interesse, mentre la realtà è ben altra cosa, tutto sommato non si è molto distanti dai tre Cristi di Ypsilanti.

(18.06.2012)

Nel 1950 lo psicologo Milton Rokeach, condusse nel famoso ospedale psichiatrico di Ypsilanti, nel Michigan, un esperimento davvero singolare: tre pazienti lungodegenti, con la medesima mania di essere Gesù Cristo, furono reclusi nella stessa stanza per circa due anni.



Nel famoso ospedale, tristemente attivo durante gli anni della depressione, questo esperimento si prefiggeva di apportare qualche bagliore di luce in più, nonché un maggior sollievo nella relazione tra maniacalità e depressione riscontrabile in molte forme psicotiche. Le tre false identità furono messe a confronto, nella speranza di fare emergere in modo naturale, grazie all’interazione quotidiana, i limiti e i dolori delle loro realtà e delle loro autentiche nature. Un gioco di specchi dove,

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

“ Io sono il tuo unico Dio”, si contrapponeva immancabilmente al suo opposto: “ No, tu non sei proprio nessuno, sei solo un povero Cristo che crede di essere Dio, sei solo un disgraziatissimo essere umano”.

Si tratta di casi tipici di dissociazione dalla realtà del corpo, una forma esasperata di una dinamica comune alla quale una cultura basata sull’odio del corpo naturale, ci abitua costantemente e progressivamente; è un meccanismo di difesa e di adattamento nei confronti della perdita, che purtroppo altera gravemente l’unità tra il corpo e il Se.

Nel caso dei tre Cristi di Ypsilanti, la situazione è estrema ma in un certo senso, in scala ridotta , mette in luce una realtà alla quali ci si sta assuefando: l’abitudine di credere alle parole senza argomentare fatti, azioni ed intenzioni, condannando la nostra fragile umanità ai margini dell’abisso della delusione cronica.

Non è casuale il fenomeno di proliferazione di social networks, i quali di sovente, somigliano ad ospedali psichiatrici, dove false identità cercano il confronto con altre false identità supportate da false facce, falsi dati con il fine di provocare un forsennato gioco di specchi; un vortice di sensazioni a buon mercato, prive di consistenza e realtà ma spesso utili anche se sono solo temporanei stratagemmi nei confronti della pesantezza delle proprie esistenze.

Questo fenomeno di massa al quale ci sì è gradualmente abituati è il sintomo della reale capacità di stabilire autentiche e profonde relazioni di intimità con se stessi e l’altro, è un modo per affogare il dolore dell’impotenza e della noia che derivano proprio da tale incapacità, e il corpo senza corpo della dimensione virtuale a al quale si è sempre più avvezzi finisce con il divenire una metafora della crescente dissociazione tra mente e Sé.

Ad ogni corpo corrisponde una precisa ed unica identità, e se il Se è una realtà in continua mutazione, il corpo fornisce una sorta di stabilità, una struttura di ancoramento alla realtà della natura dentro e fuori di noi. Sartre ne “L’essere e il nulla” affermava: “Io sono il mio corpo, nella misura in cui sono me stesso, i miei sentimenti, i miei bisogni, i miei valori ed aspirazioni, che pur accomunandomi a moltissime altre persone , mi rendono allo stesso tempo unico”.

Nel mondo virtuale invece, l’identità si basa su una serie di dati, scorporati dall’unità con un corpo vibrante e reale. Può essere molteplice: da una unica matrice possono proliferare varie forme di identità, ma alla fine costituiscono una forma di dissociazione dove, uno nessuno e centomila, diventano la realtà.

Ovviamente all’esaltazione del potere della creazione di una falsa identità, segue sempre la delusione, più o meno grande in virtù dell’inevitabile confronto con la realtà. Quando ciò auguratamente accade, la possibilità di ripartire da zero, di far pace con se stessi e mettere da parte il delirio dell’illusione, è un primo passo verso un modo di essere più naturale sebbene più limitato, ma sicuramente più onesto.

Quando con un click è possibile cancellare un dolore e specialmente chi ce lo ha causato, o quando un avatar, mostra solo alcune parti di noi , quelle atte a procurare sensazioni e relativi rimandi di interesse, mentre la realtà è ben altra cosa, tutto sommato non si è molto distanti dai tre Cristi di Ypsilanti.

E’ un peccato che il libro di Rokeach sia fuori stampa, e che le poche copie in circolazione costino quasi 500 dollari; la sua lettura sarebbe molto utile anche per i non addetti ai lavori, visto i tempi che corrono e la precarietà degli stati di identità reale che sempre più spesso fanno parte del nostro panorama umano.


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19.05.2017