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"La materia, Dio, l’arte"

Alessandro Taglioni
(22.05.2012)

Ci sono alcuni tratti nel libro (La materia, Dio, l’arte, Spirali, 2009), alcune traversate, che cercano di leggere ciò che ho chiamato demonizzazione della materia, che è intervenuta a un certo punto in quella che è chiamata la storia dell’arte. Cioè in concomitanza con l’avvento del concetto. È intervenuta su questa cosa che è stata chiamata concetto e che ha comportato proprio l’assenza, a un certo punto, della materia. Perché assenza della materia? Perché va naturalmente con altre assenze: assenza di lettura, assenza di scrittura, assenza di cervello, di intendimento, di intelligenza, comunque in generale nell’arte assenza di materia perché è ciò che è avvenuto nell’arco di un secolo, più o meno, che ha attraversato tutto il novecento e sta proseguendo in questo secolo, questa riduzione algebrica che ha tolto la materia dall’opera. L’opera, man mano, per gradi si può dire, (si potrebbe anche fare una tavola sinottica e vedere quali materie sono state tolte) si è ridotta: dalla tela, prima è stata tolta la tela e poi la cornice, poi è stata la cornice senza la tela, poi è stata tolta anche la cornice perché non serviva neanche la cornice, e siamo arrivati al concetto. Questo concetto si può leggere sicuramente come una cancellazione. Questo per un aspetto. Questa cancellazione attualmente porta con sé la questione della lettura: questo libro è in definitiva una concatenazione di letture. Se vogliamo dirla con Borges, che ha detto pubblicamente di non essere uno scrittore: è proprio vero, nel senso che intendeva innanzitutto essere una mia lettura di alcuni, non dico capisaldi, alcuni autori e alcuni oggetti dell’arte, che sono stati ritenuti importanti, e che lo sono ancora oggi importanti, e che ho tentato di leggere. Facendo questo, poi, ho trovato che addirittura c’erano delle profezie. Leggendo questi autori, leggendo queste opere note o meno note della storia dell’arte, ho trovato delle profezie. Allora le profezie, appunto, ribadisco che sono profezie negative, non profezie nel senso corrente della parola. Profezie negative, cioè il luoghi comuni.

Alessandro Taglioni, "Tre stesure, tre strutture. Secondo il futuro e per l’avvenire", 2011, olio su tela, 100x100

Il luogo comune nel senso per esempio, il primo l’ho già detto, l’esistenza del concetto, quindi da lì tutta la sciarada delle differenti arti concettuali che poi hanno preso nomi differenti: il minimalismo, il post-moderno, la pop-art, eccetera, sono tutte opere concettuali. Comunque sia: luoghi comuni. Allora, esercizi di luoghi comuni. Poi oltre a queste, altre profezie tipo l’esistenza dell’arte ancora dal punto di vista del novecentismo, cioè l’arte creativa, che è un altro luogo comune, che ho cercato di esplorare. Ma perché si è continuato a dire per anni, decenni e decenni, ormai è quasi duecento anni, che l’arte è creativa?
Se vado a leggere quello che ha scritto Giotto, quello che ha scritto Leonardo, non trovo mai scritto che l’arte è creativa. Mai. Allora a un certo punto qualcuno è arrivato dicendo che l’arte è una faccenda di creazione. Allora sono andato a verificare, ancora sto verificando per cercare di capire meglio, non è esaustivo quello che sono andato a leggere in questo senso, comunque l’ho ritenuta una profezia negativa e allora ho preso alcuni autori, alcuni filosofi, alcuni artisti che hanno praticato questo concetto e li ho messi nel libro. Un’altra profezia negativa è quella dell’esistenza del soggetto. Allora attraverso l’esperienza, attraverso l’insegnamento, la mia formazione ho avviato un’altra lettura.

Non è che ci svegliamo la mattina e cominciamo a dire: l’arte non è creativa, il soggetto non esiste, eccetera. Però ho cercato di esplorare questa idea e anche qui ho trovato che il soggetto, come dire: il soggetto in arte, il soggetto nella vita di ciascun giorno, il soggetto nella società, nella scrittura, nella lettura, anche qui ho potuto notare che è un’idea recentissima, tutto sommato. Non è che il soggetto è un’idea che esiste da quattromila anni, anche se a noi sembrerebbe normale dire soggetto di qua, soggetto di là, perché il soggetto fa questo o il soggetto fa quello, comunque ho cercato di esplorare rispetto all’arte che cosa ha portato sopra tutto dal punto di vista di chi ha cercato di introdurre nella storia delle idee, della filosofia, questa esistenza del soggetto. E allora mi sono trovato a leggere anche le lezioni di estetica di un signore che si chiama Hegel e che teorizzò - e qui siamo nell’ottocento - l’esistenza del soggetto. Lo teorizzò, lo praticò, e poi arriva a dire che l’artista per essere tale ha bisogno assolutamente di compiere un viaggio dall’esterno verso l’interno, quindi fu lui, il primo o fra i primi, a dire, a affermare, quello che noi oggi intendiamo. E così nel Novecento si intendeva come l’artista per creare, per esistere, aveva bisogno di andare al suo interno, cioè entrare dentro di sé in qualche maniera, spiritualmente suppongo che intendesse dire, e compiere questo viaggio interiore all’interno di sé, per tornare esternamente poi a compiere l’atto artistico o anche intellettivo di creazione di qualche cosa. Questa qui è una delle profezie negative che lui definii nell’Ottocento e che funzionò perfettamente nel Novecento. Se noi andiamo a vedere poi quel che è successo nel Novecento leggiamo - nel futurismo, sia all’indietro che in avanti - proprio quello che lui disse un secolo prima. Tutto quello che lui disse un secolo prima in questo ambito avvenne, in qualche modo. Per questo l’ho chiamata profezia negativa.

Ecco, oltre a questa esplorazione dei luoghi comuni, ho fatto una lettura di quello che riguarda qualcosa che ancora sto cercando di esplorare, che ritengo un patrimonio essenziale, quello artistico, sopra tutto per noi qui in Italia. La questione di Dio, che adesso posso dire così rapidamente riguarda sopra tutto l’arte, più che la religione. A un certo punto mi sono trovato a scrivere che è avvenuto qualcosa nell’arte, nella fattispecie nell’ambito italiano, che non è potuto avvenire non so perché altrove, nel resto dell’Europa. È avvenuto esattamente nel Quattrocento. Nel Quattrocento è avvenuto in Italia qualcosa di straordinario, qualcosa che ha preparato il rinascimento, un rinascimento che ancora non c’è stato in altre paesi, non c’è stato in Germania, non c’è stato in Francia, in Inghilterra, quindi stiamo parlando di qualcosa di straordinario che è avvenuto nell’arte e che non è avvenuto per una sorte di laicismo, non è avvenuto per una sorta di ideologia protestante o altro, è avvenuto proprio perché c’era una questione cattolica che è intervenuta specificamente in Italia e che ha permesso l’arte e la esaltata. È il minino che possiamo dire, no? Finanziata direi di sì, ma quasi come questione superflua, a mio parere. Rispetto all’enormità alla cosa, come dire, il cattolicismo ha introdotto qualcosa che altre teologie non potevano fare. Non so perché.



Ho cercato anche di esplorare la questione dell’iconoclastia, un po’ ho scritto qualcosa.
Sicuramente la questione cattolica, intanto possiamo dire che integra. Il cattolicismo è il nostro, se vogliamo chiamarlo così, è il nostro integratore, nel senso che nella sua lezione trae con sé o in sé: integra differenti contributi; cosa che difficilmente può avvenire se interviene un iconoclasmo di qualsiasi tipo. Comunque, non mettendosi a fare adesso un’esplorazione storica, l’essenziale che volevo dire è che c’è una base solidissima che è quella appunto del Quattrocento, che non è ancora scontata, è questo che ho cercato di scrivere, tanto che non è letta ancora. Come non è stato letto Leonardo da Vinci, così non è stato letto nemmeno il Quattrocento.

È una lezione che è somma, somma nel senso che non ce ne sono state dopo. Adesso la questione non è quella di fare una dietrologia, però c’è un esempio particolare che dà moltissimo per intendere, per capire la cosa, anche rispetto alla battaglia che ciascuno di noi affronta per confrontarsi anche con altre opere, con altri autori, ancora oggi. Non è nemmeno il caso di fare una dietrologia nel senso di dire che cosa non è avvenuta nel Novecento, perché? Neanche il caso di chiedersi quante cose brutte, quante cose belle… Però la lettura sicuramente va fatta e ho cercato di farla rispetto all’ideologia del Novecento, rispetto alla religione, cioè la religione nel senso della religione della morte, della religione dell’incesto, eccetera. Tutte questioni che sono esplorate un pochino anche per capire qual è il contributo che occorre dare adesso rispetto all’arte che oggi viene reputata in crisi o all’intellettualità che viene reputata in crisi o alla società intera che viene reputata in crisi. Questo è importante perché la tentazione soprattutto in periodo di crisi sarebbe quella di dire: bene è la barbarie, facciamo la tabula rasa, distruggiamo tutto, cancelliamo tutto, oppure ripartiamo da zero. Diciamo che per molti o per alcuni la tentazione potrebbe essere quella. Invece no. Magari ci sono altre occasioni…


I critici fanno il loro mestiere. Non credo che creino o distruggano l’arte. Purtroppo occorre anche capire che c’è qualche cosa che non basta più al mestiere o vice versa, è il mestiere che non basta più… Mestiere nel senso di mestierante, intendo nel senso di professare, della professione, non della professionalità, non nel senso in cui si dice che non c’è professionalità. Per altro, sicuramente lo scenario artistico è demenziale, questo bisogna riconoscerlo, come dicevo appunto per tornare a Borges, perché ci sono i poeti, perché la crisi non è che toglie i poeti o toglie gli artisti. Ci sono gli artisti, ci sono i poeti, ci sono gli scrittori. Ecco il problema è uno solo, che non sappiamo che ci sono, nessuno sa di noi che ci siano. Io non so che lei c’è, lei non sa che io ci sono… Borges diceva così, che i poeti ci sono ma non sappiamo che ci sono. Cosa voleva dire? Non andiamo a cercarli in televisione, non andiamo a cercarli sul banco principale delle librerie, non andiamo a cercarli lì, tutto qua.




Non è questione di nicchia. L’arte non è di nicchia. Purtroppo sembra che l’arte, gli artisti, le opere d’arte siano una questione di nicchia, ma non è così. L’artista deve essere imprenditore perché non può non esserlo, non può che esserlo. Altrimenti se io non lo facessi sarei, come avviene spesso, un cliente dei galleristi. Se io non facessi l’imprenditore sarei costantemente un cliente, perché questo? Perché oggi i galleristi hanno come clienti gli artisti, basta. Quindi ci si può immaginare la vita che possa fare un artista se non è un imprenditore.
Comunque è sicuramente un imprenditore, ma la questione non è di nicchia, perché l’artista usa strumenti e tecnica che mettono in ballo le questioni di vita, come ciascuno. Quando dieci anni fa c’è stata la bolla di internet: amici a cui magari si proponevano delle opere, dicevano: no, purtroppo ho appena investito in titoli e i azioni e li ho persi con la bolla di internet, mi spiace. Ma un quadro… Purtroppo quelli con cui ho investito mi hanno rubato i soldi… Dieci anni dopo: un quadro così… No, purtroppo li ho messi in banca, non sono sicuro, forse perderò anche quelli.

L’artista la sa lunga, tra virgolette, su certi aspetti. Quando il cittadino deve investire, che cosa fa? Va in banca, perché è tranquillo che i suoi soldi in banca vanno bene, perfetto. Però, come dire, il patrimonio in banca, noi diamo i soldi a qualcuno che poi vediamo al telegiornale, quelli lì davanti al monitor che masticano la chewing-gum, che guardano i valori delle borse andare su e giù. Ma l’arte la sa più lunga, in che senso? Nel senso di patrimonio: noi dobbiamo per forza investire nel senso che dobbiamo ricavare, dobbiamo investire nel senso che dobbiamo ammonticchiare, dobbiamo aumentare qualche cosa che investiamo, oppure investiamo perché c’è in ballo una questione di patrimonio, di formazione, di qualche cosa che sai che tu puoi investire e un domani, prima o poi, restituire. Ci sono tanti quesiti. L’arte ha anche questo statuto. Ha ragione in questo statuto finanziario e imprenditoriale perché è uno strumento eccezionale, che sembra di nicchia, come il libro d’arte, il libro di cultura, la biblioteca… Non occorre parlare solo di quadri. Possiamo metterci la ricerca, il libro, il pensiero, la formazione. Sono tutte cose che apparentemente quando non occorre sono di nicchia, per cui ci sono quei pochi che studiano, che apprezzano, però è un abbaglio. È un abbaglio ideologico che finché uno non ci sbatte la testa una volta, due volte, tre volte, quattro volte, non coglie. Quando un nonno capisce che i suoi nipoti non hanno capito una mazza di quello che ha scritto…Chi era Leonardo? Era un ciclista! Quando il nonno arriverà a capire che il nipote alla domanda risponde picche, forse ragionerà, magari farà un altro giro di ragionamento per capire che quello che riteneva di nicchia era qualcosa che lo investiva totalmente. Investiva la vita dei suoi piedi, della sua testa, della madre, della moglie, della figlia, dello zio… Quindi l’artista è imprenditore a tutti gli effetti.


Noi viviamo in un’epoca ipertecnicizzata, nell’elogio stesso dell’ipertecnismo. In questo ipertecnicismo che cosa succede? Succede che nostro nipote è un fisico teorico straordinario, sa tutto sulla fisica teorica, poi se gli chiede di leggere il libro di Pinocchio non riesce a leggerlo, oppure se gli si chiede di montare una bicicletta non la sa montare. Questo ipertecnicismo è antitesi, come minimo, della bottega rinascimentale, per cui se noi viviamo in un’epoca di ipertecnicismo è assurdo mettersi a dire che ci vuole un linguaggio ipertecnico. Quando si va in banca a investire, tutti dicono: ma non ho capito niente di quello che mi hanno detto, non ho capito niente di quello che mi hanno proposto, le polizze me le hanno spiegato ma non ho capito niente, e allora è un linguaggio tecnico. Siamo sempre là. Che cosa vuole dire? Vuole dire che l’ipertecnicismo che non serve a un tubo. Se diciamo arte non è una questione d’ipertecnica: è tecnica, ma non occorre l’ipertecnica, non occorre essere ipertecnici, non occorre saper fare, sapere che cosa c’è dentro il raggio di una ruota di bicicletta. Va benissimo sapere quanti protoni ci sono in quella cosa, però è interessante sapere come si taglia l’erba del prato.

La bottega rinascimentale avrà avuto un senso. L’ipertecnicismo non risponde alla questione della bottega. È lo stesso problema per cui l’economista non può rispondere rispetto all’economia. Cioè, il luogo comune che cosa dice? Che gli economisti sono gli unici che possono risolvere il problema dell’economia in Europa. Ma quale cazzatta stiamo dicendo: non è possibile. Non è possibile che l’economista risponda a una questione economica, non esiste proprio, è impossibile che lo faccia, perché non si può mai mettere un esperto davanti a una questione che è reputata di quell’esperto.

È assurdo, è proprio antirinascimentale, ripeto di nuovo una cosa che noi abbiamo imparato dal rinascimento e che abbiamo assolutamente rimosso. L’economista? D’accordo, si va bene l’economista per dire qualcosa in merito a questa crisi, ma se non si mette l’economista con l’artista, con lo statista (altro problema perché qui gli statisti non sappiamo dove andare a prenderli) e con il cittadino, poniamo il falegname o con il cuoco, non c’è nessuna crisi che tenga. Lo posso dire con il matematico. Se mettiamo il matematico di fronte a una questione da solo, potrà dire qualcosa rispetto alla questione, ma se non c’è interlocuzione… L’interlocutore qual è? Il matematico con la matematica: non c’è interlocuzione.



L’arte come specchio del tempo? Innanzitutto c’è un retaggio quando si dice specchio del tempo, nel libro ne ho parlato ampiamente. Appartiene un po’ a tutte le epoche l’idea d’inseguire lo Zeitgeist, lo spirito del tempo.
È un retaggio ideologico e quindi tutto il Novecento e anche questo secolo vivono in un’ideologia post-comunista e allora trattandosi di una tale ideologia è chiaro che l’idea di un arte o di un artista come specchio dell’epoca è un imperativo, non è solo un dettato. Un imperativo che però ha i suoi scacchi, per fare un esempio: ho visto la produzione da vicino di un certo numero di artisti russi che hanno lavorato nel Novecento, quel Novecento che è stato staliniano e anche post-staliniano, e ciascuno di questi artisti ha attraversato settant’anni di comunismo in assenza totale di realismo comunista. Ci si immagini degli artisti che vivendo sotto il regime comunista non producono il realismo socialista, proprio lì nel covo dell’ideologia. Moltissimi artisti, non solo quelli che ho incontrato da vicino, ho potuto constatare che hanno vissuto una pittura che, un po’ per l’isolazionismo rispetto all’Europa, un po’ per il mito che rimaneva, si sono trovati a fare per settant’anni qualcosa che in qualche modo era già avvenuta venuta in Europa, quindi la traversata del cubismo, la traversata dell’astrattismo… Loro non li avevano vissuti direttamente, solo nel mito. Moltissimi pittori facevano delle cose immaginabili per il comunismo, infatti vivevano non solo isolati rispetto all’Europa, ma isolati anche rispetto al regime. Tantissimi non pochi. E quindi per dire come una circostanza non sia mai, o sia troppo, o comunque sia: totalmente ininfluente rispetto all’arte. Nel caso dell’Occidente ritengo che l’idea dello specchio dell’epoca sia un retaggio ideologico: ho potuto constatare che ci sono autori che non sono allineati, non lo sono mai stati e ogni volta che gli si è detto ma lei rappresenta questo o quello: sono stati mandati a quel paese...


Nel libro non c’è scritto che cos’è l’arte. Il libro comincia con un quesito: dov’è l’arte? E lì c’è una attraversata. È il dove che in qualche modo può suggerire il come. Comunque sia l’arte è la tecnica, arte è proprio tecnica, è il bordo, è qualche cosa che non funziona. Cioè il problema di molti critici, di molti sistemi epocali, è che si sono chiesti non solo che cosa fosse questa arte, ma anche, il grosso problema era: come che funziona? Ma l’arte non funziona, non è il suo mestiere, tant’è che si tende nel luogo comune a dire che è una cosa di nicchia, appunto ma per pochi, perché non è un funzionamento, non dico che è il ghetto, ma insomma…









Interventi di Alessandro Taglioni al dibattito di presentazione del suo libro “La materia, Dio, l’arte” (Spirali 2009), a Vicenza, presso la galleria d’arte Artù (Artisti Uniti), il 27 settembre 2011.

Prima edizione Transfinito: 22 maggio 2012.

[Trascrizione non rivista dall’Autore]


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