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Agenzia di rating

Giancarlo Calciolari
(26.03.2012)

Rating, valutazione. Eppure al parking resiste ancora il parcheggio. Al rating no. L’irresistibile ascesa del rating. La metafisica del rating. Forse solo Heidegger ha innalzato un egual monumento d’irresponsabilità con la parola tecnica, diventata responsabile dei campi di sterminio e dell’andazzo odierno.


Curioso come l’impero finanziario e bancario onnipotente si mostri con la faccia dell’agenzia di rating. L’agenzia dei ratti. L’analità dell’uomo dei topi. Freud docet. In francese suona l’agence de ratages, secondo l’ascolto finissimo del filologo Alain Rey. Agenzia di fallimenti, di insuccessi. Giacché se il criterio è quello del principio della finanza e non della finanza intellettuale, allora nelle premesse del successo è già implicito l’insuccesso. Nessuna euforia va senza disforia. Nessun fasto evita il nefasto. Sebbene sulla via del successo ci siano quasi tutti, inseguendo il miracolo profano delle lotterie o quello sacro di Lourdes.

Opera di Christiane Apprieux

Agenzie di rating. Chi è l’Ur-agente, l’agente primordiale dietro il profilo basso degli agenti? Quasi agenti letterari. Agenzia di notazione, nel senso di come si danno le note a scuola. Valutazione, stima non intervengono come traduzione del termine. Rimane rating, che arriva in inglese da un termine francese dimenticato, venuto dal latino, parente di ratio, non senza ragione. Agenzia di ragionieri. E leggendo i testi di ragioneria ci si accorge che sono corollari della teologia politica.


Quanto all’agenzia, l’agente sarebbe colui che agisce, ovvero che agita il fantasma. E se s’inscrive in un movimento, allora l’agitazione diventa cogito, e trova qui il suo soggetto. Il fantasma non più operatore diverrebbe agente, e la casa dei fantasmi la sua agenzia. L’agente diventa agito. Il padrone diventa schiavo. Padrone e schiavo sono le due facce dell’agitazione, dell’ideologia per l’azione. Contro la parola, contro la sua libertà, contro la sua sovranità, che non è del soggetto, com’è ancora il caso in Carl Schmitt. Padroni del mondo e non sanno d’essere schiavi. Non hanno la matematica per intendere che il numero uno è sempre un numero due. Che cos’hanno i padroni? L’algebra. Che cos’hanno gli schiavi? La geometria. Non il miele della vita ma la cenere della morte. La sopravvivenza, la vita parallela, il godimento sostitutivo.


Certamente come ciascun faneroscopista, sociologo o filosofo, possiamo notare che la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari e non proprietari dei titoli del capitale. Non ci sfugge che nei paesi in via di sviluppo il montante del debito sia passato dai 70 miliardi di dollari nel 1970 ai 3545 nel 2009, e nel frattempo abbiano già rimborsato l’equivalente di 110 volte quello che dovevano inizialmente. Continuano a ottenere crediti per pagare solo e neanche gli interessi debitori. Eppure non c’è nella parola il soggetto del credito e il soggetto del debito. Nessuna traccia del cogito nella parola originaria. Nessuna genealogica, nessuna logica del fallo che s’impianti nell’apertura, che spacchi il pianeta in dominatori e dominati, salvo vedere donne fallo danzare gambe all’aria, come nel primo capitolo del Capitale di Karl Marx, quando cerca di affrontare il feticismo delle merci. Oggi feticismo del debito e ovviamente la sua altra faccia: la fobia del credito.


La sovranità nel pensiero dominante (sia i padroni che gli schiavi) è migrata in direzione del debito, che prima era pubblico, e in inglese nazionale. Sarebbe il debito sovrano che governa il destino della Grecia, dell’Italia, del Portogallo… Sovranità del debito. Non la mano di scimmia degli speculatori. Non a torto l‘agenzia più che di notazione è di significazione: che altro è la tripla A del dio algebrista trinitario che agisce secondo due pesi e due misure, anche solo applicando la coppia amico-nemico? Ci saranno sempre i non-amici, i B, C, D… È il principio della classe, dell’ordinalità, dell’esclusione del terzo, sino ai campi di esclusione dell’altro, i campi di concentrazione delle ultime lettere dell’alfabeto o dei numeri. Quella che è chiamata logica aristotelica è la logica dell’essere e dell’avere che impresta ai ricchi per indebitare i poveri. E persino le banche che all’interno del sistema bancario dovrebbero essere dichiarate fallite sono risorte indebitando ancora di più i poveri. E rimane da leggere la distinzione tra usura e interesse, poco chiara già nel Medioevo.


Al servizio del discorso della morte, occidentale come orientale, l’agenzia agisce e annota, valutando. E solo spingendosi verso i paradossi ci si imbatte nella parola originaria: chi giudicherà i giudici, chi valuterà i valutatori, chi potrà limitare il potere sovrano, assoluto, degli agenti valutatori finanziari?


Ciascuno, sospendendo il fantasma della teologia politica lascia i topi senza formaggio, senza neanche più credere alla necessità di designare il nemico con nomi d’animali. Senza neanche chiamare in causa Professor Unrat.




24 marzo 2012


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