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Pupazzi e scavalchini

Art Valley
(21.03.2012)

Pretesto eloquente e pubblico di questa nota è il termine pupazzo, che assunto in termini di spregio, è stato citato dal prof. Roberto Ruozi, autore di Il Private Banking fra passato e futuro (Spirali, 2012), come la posizione in cui vengono indicati i clienti di una banca internazionale. Che più che persone, creditori, titolari, sono dietro il banco indicati come pupazzi.


Il 15 marzo, nel New York Times , Greg Smith, dirigente di Goldman Sachs, in una lettera d’addio polemica ha denunciato i banchieri, come lui, che trattano i clienti come pupazzi, ossia muppets: «Over the last 12 months I have seen five different managing directors refer to their own clients as "muppets," sometimes over internal e-mail».


D’altra parte, capita pure che alcune persone, con cui collaboriamo, spesso ricambiano in modo diverso dal previsto, dall’auspicato.


Non solo non rispettano il cliente ma ricambiano la nostra presentazione con il cosiddetto scavalchino e cioè con una sorta di bypass dell’interlocuzione,
comunicando direttamente con la persona cui sono stati presentati.


Saltando il presentatore e magari facendogli concorrenza.


E qui verifichiamo che si tratta di una fantasmatica inerente al termine “tradimento” e alla sua sequenza: trasposizione, traduzione.

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Opera di Hiko Yoshitaka, 2007, bronzo

Secondo un racconto: a certuni vengono portati progetti, consulenza, contratti, bellezza e intelligenza e non solo non ricambiano, ma “scavalcano”...

Spesso possiamo pensare che occorre investire anche in “educazione” della loro sauvagerie. Tuttavia questi atti si ripetono e sicuramente questo si situa anche nel contesto di una particolare barbarie epocale. Tra un Berlusconi e un Monti, tra un’euforia e un farmaco tranquillante.

Alcuni dicono: "il gioco allora non vale la candela... Meglio sospendere. "


Ci chiediamo allora come mai nel momento in cui si portano loro cose belle e di valore, alcuni, molti, spesso corrono a trasgredire e a “saltare” l’interlocutore, e magari all’eccesso cercando addirittura di ottenere il consenso e la convalida di tali scavalchini, di questi pseudotradimenti...

- come se il coniuge traditore chiedesse alla moglie di poter proseguire con l’amante

- come un gioco edipico per ritrovarsi nella funzione di terzo “incluso”, che vale una portata logica non inferiore a quella di “terzo escluso”

Come mai avviene così spesso?

Chi pone il quesito da anni lavora in termini di brainworking, di consiglio intellettuale all’impresa,. Di organizzatore e di stratega nella parola. Quindi in scenari non solo analitici in senso classico, ma piuttosto indicabili con una sorta di clinica dell’impresa.


Questi sarebbero materiali da analisi, ma ci sono analisti in questo contesto?


Tra una penuria di clienti e un eccesso di finanza, tra un’euforia e un farmaco deterrente.

Sono però materiali clinici, dove la clinica è della parola. Non del soggetto né del gruppo. Nessuna psicologia aziendale, nessun psicologo d’appoggio, né supporto per la motivazione. In altri termini: nessun maternage.

Come si riformula la questione dell’analista in contesti in cui la domanda non è d’analisi, ma pur sempre di domanda si tratta, anche se sviata, distorta, denegata, sconfessata?

Una prima questione:

Tutto ciò è formulato con recriminazione?

Tutto ciò è formulato in modo da pensare a una possibile complicità?

Poniamo che, nel racconto, ci sia un fantomatico “attante” che attiri stabilmente gli scavalchini, i salti di interlocuzione. È comunque una nostra elaborazione da compiere, non è solo nostro compito è additare al fallo o al crimine altrui.

Che avviene da parte delle persone che si sentono libere di sedersi a un desco non proprio, a un tavolo dove non erano invitati? Un fantasma di padronanza? Una contesa del cliente supposto preda e conquista?


Forse è una reazione di costoro al presentimento di essere solo strumenti, solo pilotati, solo guidati. E vogliono costituire l’eccezione al dispositivo, alla riuscita che incomincia. Temono di sentirsi pupazzi? E sentirsi pupazzo, come dice Roberto Ruozi, può riguardare sia il supposto cliente, sia il fantasmatico fornitore.

Forse si tratta anche di una fase in cui l’interlocutore, temendo il pupazzo, (il pupazzo è rappresentato sia da colui che riceve troppo, sia da colui cui viene tolto troppo) dopo aver ricevuto precipita in una sorta di edipismo o regno dei ricordi e invece di ringraziare trae dal cappello di Pandora, l’armamentario soggettivo,

… come se dovesse frenare – perché teme – un dispositivo virtuoso

… come se dovesse rigettare il dono invece di ricambiare con un altro dono

… come se dovesse frenare il volo che lo avvierebbe in un viaggio in termini di paradiso.

Il pupazzo può permettersi un paradiso? Macché, ne ha orrore!

Noi ci permettiamo invece questo briefing. O come diceva il vinciano, questa brevità.



Una nota da Art Valley


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19.05.2017