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TRANSFINITO International Webzine

Lo strumento intellettuale. Internet senza più padroni né schiavi

La lingua di internet. Non c’è più catastrofismo

Giancarlo Calciolari

Analisi delle ideologie angelistiche e demonistiche di internet, visto da alcuni come manganello della destra e da altri come grimaldello della sinistra.

(2.10.2001)

Internet non ha niente a che vedere con la rappresentazione bicefala della differenza, tra differenza forte o debole, tra l’incubo del Grande Fratello di Orwell e il sogno utopico di una comunità di uguali, che si realizzano entrambi come catastrofi della Storia.

La libertà di parola fa paura non solo a chi crede nei padroni della parola, ma anche a chi crede negli schiavi della parola e si propone come loro paladino. La telecomunicazione non fa rima con la dominazione, salvo che per gli assetati del potere che denunciano la dominazione dell’Altro per candidare la loro come l’ultima e necessaria prima della realizzazione dell’utopia, ovvero della nuova catastrofe.

Il catastrofismo, e non solo in materia d’Internet, si fonda su una scena primaria, mitica, un eden naturale che sarebbe esistito una volta per tutte e di cui non resta altro che il ricordo. La cultura, l’arte, la tecnica e la scienza sono viste come le cause della corruzione dello stato di natura. Tutto ciò implica la mitologia della caduta, la stessa che presiede all’ideologia nazista.

E anche il nazismo in pillole per corrispondenza di Una bomber non fa altro che dispiegare la stessa strategia: la crociata contro la tecnica per salvare il sole dell’avvenire è condotta a colpi di alta tecnologia.

Carlo Tosin, "Senza titolo"

A partire dalla credenza nel sistema malefico, certuni ricercano il riverbero del ricordo, la scintilla che potrebbe riaccendere il sole morente: nella scatola nera dell’ultimo disastro inseguono la fiammella della rinascita della potenza solare, il risorgimento dell’uomo naturale, che infine sbarazzatosi dell’artificio potrebbe bellamente vivere una vita felice di scimpanze.

La rinascita fa la caricatura del rinascimento della parola. E oggi è questione di un secondo rinascimento dell’arte, della cultura e della scienza, che trova la relazione come modo dell’apertura delle cose, e non la copertura sociale, questo altro nome di tangentopoli o della mafia, come metodo che non si rappresenta solo negli episodi di mafia cruenta o di mafia di stato, ma anche nel quotidiano, come omertà ordinaria, come rinuncia a dire, a fare, a scrivere, a intraprendere, a sognare, a intendere.

Ora, il web, la tela, procede dalla relazione, e pure dal sogno. Ma non è Internet che reintroduce il sogno in un mondo divenuto un incubo a aria condizionata. Internet non è quindi un nuovo modo della relazione, quello che dovrebbe rifondare la nuova alleanza degli uomini, la cosiddetta democrazia virtuale.

Il net, la rete, è una variazione tecnica, una novità che tesse in modo inventivo l’intersettoriale e l’internazionale, accentuando questo secondo aspetto, al punto da far paura ai nazionalismi.

Il catastrofista, ovvero il soggetto che si rapprensenta come l’ultimo uomo del pianeta, parte dalla credenza in un despota, in un tiranno, in un padrone malefico della rete, da abbattere. E dopo la fine del mondo, l’ultimo degli ultimi edificherà il regno della libertà, nella più completa necrofilia.

Questo soggetto, al contrario di quello che dice, non è interessato alla libertà di parola, alla sua inconfiscabilità, a cui partecipa anche la rete, ma al suo monopolio: propone il suo "buon" controllo contro quello "cattivo" dell’Altro.

Ebbene, la catastrofe non viene dalla novità: stampa, telefono, televisione, Internet... La catastrofe è il risultato stesso del sistema di controllo, che sia esercitato dall’alto o dal basso. Il catastrofista attende la catastrofe per candidarsi come il buon tiranno, il salvatore del pianeta.

La lingua della rete è la lingua diplomatica, la lingua della telecomunicazione. La lingua della pace planetaria. E che questa lingua sia, nello specifico, l’inglese, come altre volte il francese o il fiorentino, non può costituire un problema che ai nazionalismi, un eufemismo per dire razzismi. Anche perché la lingua diplomatica non s’identifica mai completamente in una lingua nazionale, perché il suo statuto è di essere la lingua in cui ciascuno intende, in francese come in cinese.

La nazione, ciascuna nazione, esige l’internazionalismo e non il nazionalismo. L’idea di delimitare la rete viene dalla paura della relazione, che di per sé non ha nessun pedaggio da pagare al luogo comune. Ma la paura del diluvio assale gli amanti dei programmi di morte, anche della morte bianca della rassegnazione.

Allora, come fare contro il diluvio di pornografia, di nazismo, di sette che può invadere Internet? Bisogna limitare! Ma che la rete sia illimitata o limitata riguarda due fantasie simmetriche che evitano di porre la questione dell’arte, della cultura e della scienza. Ciò che viene lasciato in disparte è la parola libera, e quindi un’etica che non offre alcun appiglio ai mercanti di diluvio né a quelli del sole dell’avvenire.

Il numerico non sfugge alla logica dell’inconscio. L’algebra di Boole, quella della presenza/assenza, o dello zero/uno, non sfugge all’aritmetica, al ritmo del dispositivo di vita poetica.

E l’ipertesto non è una forma superiore di testo, ma è un modo della ricerca. Solamente la lettura restituisce il testo, e nessun controllo sui materiali, sull’informazione, può realizzare la macchina per influenzare la lettura, quella che dovrebbe trasmettere il pensiero da inconscio a inconscio, e che resta un fantasma schizofrenico da articolare.

La critica della proprietà dei mezzi di telecomunicazione, dopo la critica marxista dei rapporti di produzione, è fatta in nome dello stesso principio di proprietà. Questi critici si propongono come la nomenklatura in grado di gestire in modo umano la rete: infine si presentano come i nuovi padroni del mondo, senza alcun reale interesse per la libertà di parola.

E non è per nulla un caso se la libertà di parola confinata a quella dell’informazione - "il diritto alla libertà d’informazione" - è lo slogan nientemeno che dei pirati informatici (hackers).

Gli inquisitori dell’informazione dell’Altro, ossia i puristi che per l’appunto ritengono che la loro informazione sia candida, sognano l’informazione senza commercio, senza equivoco, senza pubblicità. Sognano una società senza lavoro e senza mercato: senza sogno e senza poesia, quindi senza l’arte del fare. Perché l’arte, la tecnica, è sospetta, da Heidegger a Una Bomber.

Il purismo pubblicitario e finanziario domanda ben altre elaborazioni che la denuncia del male dell’Altro. La metafora del potere pare l’orizzonte dell’elaborazione del virtuale. Il nuovo impero delle telecomunicazioni dà dei brividi agli amanti del potere, anche sotto la sensazione della paura, che non è altro che il godimento del potere con la maschera della sofferenza.

Con Internet il cittadino si troverebbe per davvero sradicato, e la comunità politica vedrebbe sprofondare il suo sistema di rappresentazione? Il cittadino trova il suo statuto non più nel suolo, nel sangue, nella razza, nella lingua, ma nel fare e nel dispositivo della lingua diplomatica.

E la comunità è un’istituzione temporale che non poggia più sulla rappresentazione spaziale. La lingua della telecomunicazione come lingua diplomatica dice che non c’è più lingua fondamentale, non c’è più nessuna lingua che possa aspirare a diventare l’unica lingua degli umani. Quindi non c’è più paranoia sulla quale fondare la palingenesi del pianeta. Il virtuale accentua l’inesistenza del fondo.

Allora, non sarà il treno, né l’energia elettrica, né il telefono, né Internet che metteranno fine alle guerre: le guerre cessano quando s’instaura la guerra intellettuale, quando la lingua della telecomunicazione diviene lingua diplomatica. Lingua che esige l’arte, la cultura e la scienza. Dove l’Altro non è più il nemico ma l’ospite. Dove la cittadinanza non si fonda sulla rappresentazione dell’origine, ma richiede il dispositivo temporale.

Reagire alla telecomunicazione, e a Internet che rimane un’innovazione tecnologica portata dalla telecomunicazione, è il miglior modo per soccombere. Ciascuno parlerebbe secondo il principio del sapere (nella lingua supposta propria, personale) cercando d’imporlo sugli altri: parlerebbe la lingua del conflitto, che è sempre sbandierata contro il conflitto dell’Altro, del male.

Ma Internet è l’incarnazione dello spirito del male solo per chi vede tutto corrotto, tutto malefico, tutto negativo. Piuttosto è la tentazione sostanzialista l’ideologia d’Internet, la tentazione mentalista, quella dei visionari: quelli che vedono tutto senza eco, senza ascolto, senza leggere.

Quelli che rinunciano all’arte e alla cultura dicendosi posseduti. La visione varrebbe qui come possessione demoniaca. In altri termini, questa è la tesi dello spettacolo integrale di Guy Debord, che considerava tutto sostanza. Merci spettacolari.

Ma chi cerca di liberarsi dalla possessione si fonda proprio su un’ultima visione delle cose, sull’ultima prigione, sull’ultima sbirciatina alla caverna platonica e ai suoi simulacri prima d’uscire per raggiungere lo splendore solare. Per dir così, costui crede alla sua sordità come conferma della sua eccezionale visione, cosicché una briciola di sapere serve come prima pietra per edificare l’utopia.

Eppure la logica dei posseduti partecipa alla stessa logica dei possessori, e la storia ha fornito molti esempi del movimento circolare dove l’ultimo è diventato primo e viceversa. Il fantasma d’essere posseduto dalla macchina per influenzare viene da una sospensione del tempo. Togliete il tempo e l’Altro è rappresentato, anche nella coppia amico-nemico: è supposto avere tutto quello che vi manca. La catastrofe esiste, non è il caso di negarla. Tuttavia è senza catastrofismo.

La catastrofe è una particolarità del sapere: il sapere non è lo stock d’informazione mondiale (metafrase), è effetto della frase, della "versione", del verso, della strophe in greco. Dopo la strophe non c’è il catastrofismo, ma l’effetto della catastrofe: il sapere e la lettera. Ma per chi prende il sapere come causa per l’azione, come verità rivelata, tutto diviene catastrofico, tra diluvi e valli di lacrime.

Vivere sarebbe una catastrofe, un crimine inesplicabile. E quindi è ammesso il più piccolo, ultimo e necessario crimine per sopravvivere. In nome del bene (il male più piccolo), il catastrofismo prende i cittadini per degli idioti, dei non illuminati dalla sua luce debole, smorta.

Lui solo, il dottor Sottile in catastrofi, sa ciò che è bene e ciò che è male per gli uomini: i suoi burattini da liberare. Il catastrofismo è puritano, moralista, fondamentalista. Pratica l’autodafé per salvare e salvarsi dall’impurità, dall’immoralità e dallo sradicamento.

Non solamente la mano del catastrofismo ha bruciato i libri di Freud, ma oggi con l’ideologia dell’ipertesto può finalmente bruciare i libri che hanno corrotto Madame Bovary, e proporre un happy-end dove al risveglio un incubo enigmatico è terminato. Può pure togliere il libro galeotto dalle mani di Paolo e Francesca per trasferirli in paradiso, e tanto peggio per Dante.

La parabola d’Internet assomiglierebbe a quella della tigre della giungla di Henry James? A un uomo viene predetto qualcosa di negativo, di male, e aspetta tutta la vita il salto della tigre, che non arriva mai. Questo soggetto alla minaccia è il soggetto alla morte di Heidegger: vivere le nuove tecnologie come una minaccia comporta di vivere come dei morti affacendati, per dirlo con i termini di Pirandello.

Quale sostanza è supposta circolare su Internet? Quella di cui si cibano i pappagalli del discorso dell’Altro? La materia della parola non circola perché non è comune a tutti gli umani. L’uomo come dispositivo di vita trova la sua fondazione nella parola: nell’idioma (e non nell’idioletto) quale logica particolare a ciascuno (e non logica universale).

I servizi proposti da Internet entrano nella parola e nella sua trasformazione. E per questa via la quantità, in un itinerario intellettuale, diventa qualità. Quello che è detto su Internet è restituito attraverso la lettura in un altro dire. Il controllo dell’informazione non ha mai impedito ai totalitarismi di crollare. Insomma, il controllo è il principio del crollo.

Ciascuna nazione richiede l’informazione pulsionale e la lingua diplomatica (il suo diploma è la qualità stessa della parola). Quando la nazione crede alla chiusura informatica, alla chiusura diplomatica, alla chiusura delle frontiere, alla segregazione delle donne (non solo le "case chiuse"), si destina alla caduta.

E quello che funziona non è dovuto all’ideologia della chiusura, al nazionalismo, ma funziona malgrado l’ideologia, malgrado il razzismo, malgrado il sessismo. Questa lezione della storia non è ancora acquisita dai più: il colmo della riuscita totalitaria è la sua morte. La paura del rinascimento della cultura, dell’arte, della scienza e dell’impresa arriva sempre a paralizzare la nazione, la nascita. Nazione deriva proprio da nascere.

E il nazionalismo è il peggior nemico della nazione. Il primo rinascimento ha portato la prima irruzione delle donne nell’occidente, e la rivoluzione tipografica. Il secondo rinascimento è la rivoluzione della parola che porta la rivoluzione informatica e la seconda irruzione delle donne nella scena civile. La metafora della tela senza chiusura va ben oltre il mito di Penelope: le donne sono interlocutrici essenziali della repubblica poetica, della società virtuale.

La società che poggia sulle virtù della parola. Mentre la reazione al rinascimento della parola cerca sempre di escludere le donne, cerca di realizzare l’uomosessualità, la paranoia. La tela esige la combinazione delle cose nella loro intersettorialità e internazionalità, di nord e sud, di est e ovest. Del corpo e della scena.

La tela quindi non può che far orrore che ai provincialismi e ai nazionalismi, che vorrebbero usarla come copertura sociale, come velo per nascondere il corpo supposto corruttibile e la scena supposta del male.

L’angelismo e il demonismo sono simmetrici e perseguono lo stesso fine di padroneggiamento della pianeta e delle galassie, cercano la presa del potere per instaurare la gerarchia divina. E questo è un pleonasmo, perché "gerarchia" è un termine forgiato dalla teologia e vuol dire per l’appunto ordine divino.

L’angelismo presuppone il buon fallo. Il demonismo presuppone lo scettro del male. Tutti e due vorrebbero realizzare in terra una falloforia universale, bianca, rossa o nera. Si tratta sempre della stessa legge del bastone per gli imbecilli.

L’etimologia d’imbecille è giustamente quella di "senza bastone". L’informazione è pulsionale, e non viaggia quindi nell’automaticismo di una rete per un verso divina e per l’altro diabolica. Parrebbe che il cosiddetto accesso all’informazione, di cui l’accesso a Internet è un aspetto, possa rimpiazzare la cultura, l’invenzione, la formazione: insomma questo accesso all’informazione sostituirebbe l’informazione stessa - il modo pulsionale della relazione.

L’accesso alla rete (rappresentato come una sommatoria infinita di connessioni senza separazione) starebbe al posto della logica delle relazioni, rappresentandosi la separazione in chi non ha accesso alla rete. Il terzo escluso è il frutto dell’algebra dell’esclusione -il razzismo - che va dall’inclusione ostentatoria dell’altruismo (inclusione parziale data per totale nell’utopia) all’esclusione della "soluzione finale" (che si realizza in quanto parziale).

L’ideale irrealizzabile e la realizzazione mancata sono i due volti dell’economia impossible della parola. Una volta ipostatizzatio l’uomo, comincia la caccia all’inumano. L’altruismo si propone come difensore del serraglio umano, e quindi crede alla sua esistenza in quanto tale, come l’egoismo che denuncia. L’altruismo è inorridito quando il supposto inumano si trova a inventare: ci vede sempre una corruzione dello stato di natura. Quindi si accaparra la cultura e prescrive la natura all’Altro. Secondo una tale mitologia il buon selvaggio dovrebbe restare sopra tutto selvaggio.

La rete è una variazione tecnica, e la logica delle idee sta cominciando adesso a esplorarne l’aspetto culturale. Ma la rete non è la condizione, e nemmeno la causa, né del bene né del male. Quindi Internet non è la tecno-utopia che legittima il capitalismo mondiale e neppure lo strumento della sua autodistruzione per realizzare l’utopia della natura, che per l’uomo si chiama tribalismo.

Né per accidente né per un fantomatico disastro dei disastri. L’accidente è il frutto dell’incontrollabile, come seguito del tentativo stesso di controllo. E così il sogno di padroneggiare l’accidente comporta l’incubo del catastrofismo. La rete non è spazializzabile né rappresentabile.

La tela non è tutto il telos che c’è nell’intelligenza. La tela non è la stoffa per il contratto d’intesa tra gli umani. La tela partecipa al malinteso, e non fonda l’intelligenza. Piuttosto, la rivoluzione dell’intelligenza si situa nella stessa rivoluzione della parola, e la tela vi si inscrive. Non è il caso di lasciare questa tela fuori dall’arca della parola, nel diluvio, e credere che veicoli la nuova sostanza da consumare e il suo nuovo sistema di spaccio mondiale.

Credere che la tela possa essere la colla o il cemento di una nuova società porta con sé la credenza nella città sostanziale, la città murata, senza il muro del suono, la città di pietra costruita attorno al cenotafio, la città tomba, necropolis.

Prendere l’informazione come base della comunicazione, e quindi la comunicazione come semplice effetto della circolazione dell’informazione, fonda la repubblica delle banane e i suoi soggetti di fantasia: gli uomini-scimmia. Non c’è nessuna alfabetizzatione in linea per partecipare alla metafora spirituale della "nuova società".

Chi rivendica l’accesso alla rete, e piange lacrime di coccodrillo per chi non ne ha l’accesso, suggerisce la stessa metafora del potere: la sua paura e il suo odio per la libertà della parola è la stessa che agita i sonni inquieti del Big Brother che denuncia.

Positivo e negativo sono inconciliabili in una unità. In particolare, il padroneggiamento del negativo non apre nessuna via al positivo, ma vale a sopravvivere di negatività, a cibarsene, quindi a sacralizzarla. Il positivo e il negativo sono all’inizio del questionamento, come ironia, come questione aperta da cui procedono le cose.

Come interrogarsi sul purismo tecnologico che va a braccetto con il purismo finanziario per realizzare una qualità totale comme sommatoria di tante piccole quantità? In questo caso la catastrofe (da quella nucleare al crac della Borsa) e la sua scrittura nella scatola nera sono là per fondare la necessità di questo purismo. Ma il purismo non è il nemico da abbattere per fondare una nuova morale, una sorta di iperpurismo.

Denunciare il purismo come nuova corruzione da purificare ancora di più consiste a partecipare allo stesso purismo, alla stessa corruzione, allo stesso male, allo stesso negativo. Il ciclo purismo-corruzione cessa quando la tecnica s’instaura come arte della parola, quando non è più questione di sostanza presa nel circuito sporco-pulito, ma di materia della parola da articolare.

La politica dell’impresa, che riguarda ciascuno e non solo i cosiddetti imprenditori, si situa nell’itinerario di qualità che integra l’innovazione tecnologica e culturale, secondo la lezione di Machiavelli nell’Arte della guerra. Oggi il demonismo e il catastrofismo colpiscono soprattutto l’invenzione culturale.

L’ideologia della crisi si mantiene sbarrando il passo alla scienza della parola. Ma la scienza della parola non procede per effrazione dello sbarramento, per distruzione della copertura ideologica, o per decostruzione del sapere dell’Altro.

La scienza dell’esperienza, la cifrematica, procede dall’apertura della parola, in modo tale che incontra le ideologie come materiali della sua elaborazione.

Articolo pubblicato in francese e in inglese su "Cybersphère", Paris, 1996; pubblicato in italiano su" Zaleuco", Reggio Calabria,1996 e su "Helios", Reggio Calabria, 1996)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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15.11.2017