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Bisogno di città

Giancarlo Calciolari
(26.04.2011)

Le dicotomie, importanti nelle ideologie, provengono dalla rottura dell’intero, della questione integrale, che è anche assenza di paura. È per la paura di essere dispersi sulla faccia della terra che gli umani eressero la città di Babele, per farsi un nome, ossia per divinizzarsi. Dio è nome innominabile per l’ebraismo. La città non ha come sfondo la campagna, che è semmai parte del paesaggio. La città: scienza, arte, cultura. La città è un’invenzione che si taglia sul principio della parola e non sul fondamento del lotto, della spartizione del pianeta, sul Gross Raum, il grande spazio, perseguito non solo dal nazismo.


Le ideologie cercano l’algebra e la geometria della città e della campagna. La città contro la campagna, la campagna contro la città… Piuttosto della dicotomia: un modo del due, la mappa e il territorio, senza che mai la mappa sia la carta delle lottizzazioni e il territorio sia la spazializzazione della paura, di chi si ritrova assegnato al lotto, come appendice umana.

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Hiko Yoshitaka, "Indicible opacité première", 2011, cifratipo, olio su carta

La sociologia della città ne fa un problema urbanistico e la psicologia della città ne fa un problema personale. E così anche per la casa, che invece è una regione intellettuale della città. Allora la cultura urbana al pari della cultura familiare: o è un fardello o è un’esca per la formazione culturale.


La questione della città non riguarda l’invenzione di Caino, la polis greca, l’urbe romana… Si tratta di affrontare la città come istituzione temporale. La città del tempo, non la città spaziale, piana e pianificata.


Come si reinventano oggi le città?


La città non è ontologica, richiede il fare, l’impresa: città dell’arte e della cultura, dell’invenzione e della terapia. Non la città ospedale, non la città psicopatologica (quanti libri sui mali delle città), non l’orticello della clinica psicoterapeutica.


La questione che rimane sempre da leggere: o la città procede dall’apertura oppure procede circolarmente dalla chiusura segregativa della caverna platonica. La città prigione.


La città conformista e anticonformista è la città prigione e la città ospedale, dove la tavola non è quella del banchetto intellettuale ma quella dei veleni e dei rimedi. La città prigione e la città ospedale si realizzano nella città cimitero.


La città ha la sua condizione nel formatore, che non è incarnabile da qualcuno: è l’oggetto della pulsione; e trasformatore è proprio il tempo che la qualifica. E l’incubo degli umani è quello d’essere formati e trasformati. Le filosofie politiche non parlano d’altro. Eppure la padronanza e il controllo del formatore e del trasformatore, dell’oggetto e del tempo, è sempre in scacco, come dimostra l’educazione nazionale e internazionale.


La prigione e l’ospedale, prima ancora della chiesa e dell’esercito, sono i modelli sui quali poggia la città necropoli, la città della calma, quella che nella guerra finale avrebbe ucciso tutti i suoi nemici.


Qual è la promessa che mantiene il progetto e il programma di morte dell’ospedale e della prigione? La promessa della salvezza, che viene tolta dalla parola per essere compiuta nella realtà, costi quel che costi, in nome di dio, del popolo o del diavolo. Salvezza dallo squilibrio, dall’asimmetria, dall’ineguaglianza, dalla differenza, dai due pesi e due misure che è la promessa stessa dell’assenza dell’altro tempo, già diviso in amico e nemico, positivo e negativo, tra bene e male, tra gerarchia terrestre e celeste.


La salvezza non più umana, né divina, è il ritorno della parola, e la sua sensazione è quella della crescita, del lievito, del rilievo.


La salvezza teologica, nella sua modalità oggi sempre più ateologica, è attesa ontologica. Assenza del fare e emergenza dell’affaccendarsi, dall’agitazione alla catatonia. Il fare sottoposto al totem e al tabù. Il fare possibile e il fare impossibile. E non c’è chi non creda d’essere tagliato per fare qualcosa.


La città della salvezza, dalla città di Dio alla città dell’uomo, è vista, prevista e prevedibile e si realizza come catastrofe, come necropoli. Si può cogliere qualcosa del mito della città temporale quando affiorano l’imprevisto, l’imprevedibile, l’improbabile, l’inopinabile. Si tratta di vivere nell’infinito della parola e non nel finito. L’arte finisce? Sì, nello Stato universale di Hegel. Il romanzo è morto? Il libro di carta è spacciato? Freud non è più di moda? Nella città priva di dispositivi del fare, tutto muore, è moribondo e morituro.


Senza logica la città è una foresta, senza l’industria la città è un deserto. Senza la parola e i suoi dispositivi la città non s’instaura. Non s’instaura la comunicazione, e persiste il piagnisteo ribelle contro il monopolio della comunicazione, che per altro non esiste, e semmai è il monopolio del piagnisteo. Nessun controllo e nessuna padronanza su ciò che leggiamo e scriviamo, né da parte nostra né da parte di altri. Questione di libertà.


Se ciascuno non rinuncia alla comunicazione originaria (che non è dire quel che si vuole, quando si vuole e dove si vuole), i monopoli della comunicazione cadono come castelli di carte. Il litigio, la rivolta, la guerra contro l’Altro, rappresentato nel fascista come nel comunista, appartiene alla città del conflitto, alla città dei dissidi, alla città delle risse, così bene rappresentata nei media come la città in cui tutti litigano con tutti, sino alla morte, poiché si tratta di realizzare la conoscenza, di sé e degli altri, che è conoscenza di morte. Discorso della morte. La città senza evento e senza avvenimento. La città senza miracolo, senza arte, senza cultura, senza scienza. Città pseudoartistica, pseudoculturale, città del discorso scientifico senza scienza della parola, che Armando Verdiglione chiama “cifrematica”, che tra l’altro, come la parola psicanalisi, è un teorema. Città dell’omertà, in cui percepiamo l’avvertimento a non citare il reinventore e la reinvenzione della psicanalisi. E sentiamo pure l’immane pressione sociale a dire sciocchezze, a partecipare alla società dello spettacolo, a contemplare l’ontologia mondiale. Città mille foglie o città cipolla, stratificata di copertura in copertura, dove i migliori hanno le spalle protette e i peggiori neanche l’altra faccia del primato del fallo. Città piana e pianificata, dove l’arte, la cultura e la scienza sono appiattite dal laminatoio sociale, che non lascia neanche più funzionare nessun ascensore, che tanto il paradosso indica che più si sale e più si scende, quasi che la scala di Giacobbe fosse circolare.


Città dolente e luttuosa, delittuosa e incestuosa. Città senza lutto e senza dolore. Città anestetica in cui ognuno è già dato per morto, senza spingerci a distinguere tra morti viventi e viventi morti. E per questo città cannibale e vampira, che divora e si beve tutti i morti spettacolari, minuto per minuto, in tempo reale, ossia infernale. Città in cui il despota, il tiranno, il vampiro è la morte e non un tipo qualsiasi, il Goljadkin di Dostoevskij, il capocomico di Pirandello, il burattino che si sogna burattinaio.


Questa sarebbe la significazione della città, la “decifra” della città finalmente decifrata dalle scienze umane, troppo umane e anche dalla gaia scienza di Nietzsche, troppo divina.


Qual è la cifra della città? È la qualità, l’assenza di nascondimento, tale è la verità, che per altro non qualifica i suoi ricercatori e i suoi appassionati.


La verità è l’assenza di significazione, che invece starebbe già nelle premesse logiche per ritrovarsi poi nelle conclusioni, altrettanto logiche.


Non importa la mancanza a essere (Lacan) né la mancanza a avere (Marx), per sopravvivere nel proprio bunker, tunnel, orto, capanna, villa… Importa la città, ossia l’arte e l’invenzione, la cultura e la scienza. Di questo abbiamo bisogno, non del pieno di oggetti, di innovazione tecnologica, di sostanza e di liquidi. Abbiamo accennato alla cifrematica come un teorema: non c’è più pieno. Cifra viene dall’hindi, sunya, vuoto (era lo zero come spazio vuoto), e oggi il termine è tradotto come zero. Cifrematica: tecnica del vuoto, nel senso della vanificazione di ogni presunzione del pieno, che ancora prima di essere sostanza e morte (l’una l’altra faccia dell’altra) è significazione, Bedeutung. Significazione del fallo, significazione gerarchica, terrestre o celeste. Città dell’arte, della cultura e della scienza che vanifica ogni presunzione di città umana che coincida con quella di Dio, anche nella sua variante moribonda, moritura e morta, che lascerebbe i suoi panni dismessi a disposizione di chiunque. Più nessun tentativo rivoluzionario o controrivoluzionario di edificare la città dell’uomo perché la costruzione è la città. La costruzione della città è la città ideale (un reale cimitero), è la costruzione della costruzione, la città della città, quindi non la città di vita ma quella della sopravvivenza. La città degli uomini provvisoriamente vivi, tutti potenzialmente malati di morte, tra le rovine della città di dio rasa al suolo.


Il bisogno di città è quello dell’altra vita, quella senza più significazione preliminare, senza più predestinazione, senza più determinismo. Bisogno di città che poggia sul transfinito. Questione di programma di vita, per ciascuno.


Giancarlo Calciolari 20.4.2011





Testo scritto per la rivista “Helios Magazine”


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19.05.2017