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La complessità del messaggio

"Il bel programma" di Marco Maiocchi

Roberto Francesco da Celano

Maiocchi può permettersi di introdurre un dubbio: "Internet non esiste". In effetti, se esistesse sarebbe un contenitore incolmabile, come è; una relazione continua, come è; una conclusione senza chiusura, come è.

(15.12.2001)

Ciò che sconcerta un certo tipo di scienziato è la poesia, l’arte, la scrittura. Inafferrabili, ribelli a ogni forma di restrizione e di catalogazione. Non possono essere vivisezionati, smembrati, assoggettati all’autopsia.

Questo ha costretto a escogitare il modello dei modelli, in cui fare rientrare poesia, arte e scrittura. Così sono nate poesie al servizio di, artisti legati a, scritture formulate per.

Ma - sembra che ci sia giustizia in questo versante - il sistema delle cose che si vogliono far funzionare in un determinato modo non funziona ovvero pare funzionare e poi s’inceppa, mostra il fianco al lapsus, all’impossibile, al malinteso.

Padroneggiare è ancora un desiderio inappagato del discorso occidentale. Ne deriva che nuove discipline, come l’informatica, devono rientrare in logiche ristrette, a costo di penalizzarne l’uso. Ma come arginare quei rivoli di ricercatori, che si pongono come cantori senza catene?

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Matteo Ruffo, "Senza titolo", 2002

Marco Maiocchi, nel suo libro Il bel programma, mette in agitazione un certo tipo di scienziato, che credeva alla matematica, all’informatica, alla scienza in quanto tale, mai collegata ad altre questioni umane. Ma come?

La poesia, l’arte, la scrittura possono entrare in un programma informatico e incunearsi tra i rigidi codici per romperli e rivelare altro? Per secoli si sono distinte le varie discipline in compartimenti stagni: da una parte le arti e dall’altra la tecnica. Nessun dubbio sulla loro frequentazione: non si potevano frequentare: l’artista poco aveva da spartire con il tecnico.

Tuttora, un pittore potrebbe trovare giustificazioni a non volere parlare con un ingegnere e viceversa. Cosa potrebbero dirsi chi fa quadri con chi fa ponti? Marco Maiocchi, sul sentiero di altri ricercatori, ribadisce quanto molti imprenditori hanno spesso intuito e cioè che "Non costruiamo soltanto una comunicazione fatta dalla parola che ha poi relazioni con l’ambiente esterno, ma messaggi complessi, con una propria struttura e, quindi, fatti di relazioni, le cui relazioni si espandono a un contesto esterno".

Si racconta che in un’azienda furono messi in una stanza varie persone di vari mestieri, non in relazione fra loro, ma con un grande interesse, per nulla comune, con lo scopo di risolvere un problema di vendita. Inutile dire che si ebbero soluzioni geniali, cui nessuno aveva pensato prima.

Dice Maiocchi che il nostro cervello "tende a organizzare le informazioni in termini di relazioni e non in termini di contenuti". Nessuno è contenitore di un mestiere, di una specialità, ma è anche vero che la relazione non è fra una cosa e l’altra. Piuttosto la relazione testimonia che le cose non si sovrappongono, sono separate e giunte. Ciò che permane è la relazione.

Internet sembra risentire di questa formulazione, dal momento che l’ipertesto porta con sé la relazione, l’apertura, senza poterla propriamente guidare, nonostante sia un programmatore a posizionare i link. Così, dice Maiocchi, "l’ipertesto diventa un’occasione, anche per l’autore, per riflettere su i suoi obiettivi". Potremmo azzardare che Internet costituisce un museo planetario, di cui non si conosce propriamente l’entrata, né tanto meno l’uscita. Una rete che sembra ricalcare ben altre mappe della parola.

Marco Maiocchi scrive che la "rete è forse un nuovo e inconsapevole teatro della memoria, in cui veramente viene rappresentata l’intera cultura umana attuale". Un museo planetario? Non un luogo fossilizzato in cui vedere oggetti mummificati, bensì un non luogo, in cui sono sparsi, disordinati e incustoditi oggetti d’interesse storico, artistico, scientifico, etnico ecc. Internet che sberleffa la ragione raziocinante, la stessa ragione che l’ha concepito.

Allora c’è qualcosa che crediamo di produrre, che, a sua volta, ci coinvolge e ci provoca. Un po’ come quando si dice e non si dice. Ricordiamo il noto motto di spirito di Freud, in cui il mercante rimprovera all’altro mercante di non essere andato a Cracovia, dal momento che aveva dichiarato di non andarci, aspettandosi un’astuta bugia da mercante e non una verità. Egli aveva dichiarato che non sarebbe andato a Cracovia, per questo l’altro mercante si aspettava che ci sarebbe andato. Ciò che non è stato detto è un link, un ipertesto non svelato, ma narrato nel testo, pur se taciuto.

Marco Maiocchi ha il pregio di non accontentarsi di quanto appare e provoca una ricerca sulla ricerca, proprio come qualcosa che non dice, ma proprio per questo suggerisce altro. Scrive: "Tutti questi esperimenti mostrano che è possibile comunicare con un ipertesto cose che in realtà non sono scritte". Internet diventa una straordinaria invenzione che non si può propriamente attribuire al progetto di qualcuno; un po’ come avere pronunciato una frase e subirne le conseguenze, di cui si era completamente all’oscuro. Forse Edipo poteva essere un informatico.

Allora il mitico archivio universale di Internet (talmente mitico da dubitare che si trovi davvero nella rete) dove alberga, se non ha luogo? Come si regge se non ha fondamenta? Maiocchi crede che "la presenza contemporanea di un’ampia collettività di opere su Internet possa proprio essere pensata come il nuovo teatro della memoria".

Memoria della parola, non di un luogo o di un oggetto. Ancora una volta memoria della parola impadroneggiabile, ora mezzo ora strumento. Da qui il sospetto che Internet non sia avulso dalla parola, che sia una metafora letteraria, in cui le figure retoriche continuano a vivere. Maiocchi sostiene che "la conoscenza debba essere in gran parte metaforica". E la metafora è una figura retorica che si rivolge al simbolico. La retorica, ricorda Verdiglione, rilascia il messaggio secondo cui "gli umani non parlano, ma si parlano".

Si può perfino scorgere un motto di spirito, quando s’incontra una pagina web che scorre in orizzontale, anziché in verticale, in una sorta di spostamento e condensazione, proprie del sogno e così affini al motto di spirito. Lo scorrimento della pagina suggerisce che, come scrive Freud, "gli spostamenti non mancano mai". Stiamo, forse, navigando in Internet come si procede in un sogno? In un certo qual modo, sì, dal momento che - scrive Maiocchi - "la regia non è nell’individuo. La regia è altrove...". Un’allusione all’inconscio, dal momento che l’inconscio non è un luogo, né un limite né una profondità?

E ancora Internet ci permette di capire che anche in questo caso il dire va oltre il voler dire. Perciò Maiocchi può permettersi di introdurre un dubbio: "Internet non esiste". In effetti, se esistesse sarebbe un contenitore incolmabile, come è; una relazione continua, come è; una conclusione senza chiusura, come è. Esiste nella nostra parola, perciò possiamo utilizzarlo all’infinito.

Primo intervento di Roberto F. da Celano
in occasione del VI Convegno
INTERNET, IL MUSEO PLANETARIO
4 dicembre 2001 - Accademia di Belle Arti di Bologna.


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26.04.2017