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Elvira Sarli Gianfaldoni, "Il cratere nella pianura"

Monica Cito
(4.01.2011)

Qualunque cosa si decide di fare nella vita è un’esperienza e non sempre è negativa. Credo che la nostra sia se non una brutta epoca, come minimo un po’ pazzoide e bisogna saltare i fossi che ci mette davanti ai piedi.

Così, la mia opera di scavo tra gli “sconosciuti” prosegue. Non mi vede ancora diplomata archeologa, ma buona assistente paziente forse sì.

A due passi temporali dal giorno della memoria, anni fa scoprii un libro, intitolato “Il cratere nella pianura”, scritto dalla pugliese dottoressa Elvira Sarli Gianfaldoni e pubblicato nell’ottobre 1992 dalla Schena, una piccola casa editrice del brindisino; di cui ho sentito parlare fin dal liceo, essendo essa molto utilizzata dai professori di queste lande per autofinanziarsi libri più o meno buoni, soprattutto concernenti storia/e locale/i. Sapete: quelle delle chiese, dei soliti santi, dei monasteri…

Questo libro che invece ho fra le dita è narrativa, ma anche storia; in sintesi: autobiografia.

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"Cifratipo" di Hiko Yoshitaka, 2009

Ciò che ha valore, per me, e che, pur riuscendo voi a reperire il datato testo non potreste contemplare, è la “mia” copia. Copia che all’interno è resa unica dal nome e cognome di chi ne fu il precedente possessore, nonché le note più o meno intelligenti che lo stesso ha voluto sul libro siglare, insieme alle sottolineature a matita e a penna. Sulla mia copia, c’è il nome e cognome di una signorinella, che per rispetto alla privacy chiamerò Serena Shock. Costei scrive: «terzo capitolo, riassunto», e poi anche «III B». Ora, è chiaro che Serena Shock è stata una studentessa ed ha letto per forza di cose Il cratere nella pianura. Scritto da una tarantina laureatasi in Filosofia e Storia a Bari. Questa storica ha anche dedicato (così è scritto in terza di copertina) «la mia vita all’insegnamento in tutti i tipi ed indirizzi di Scuola, per sperimentare diversi livelli di approccio con i giovani dei cui problemi vivamente e da sempre m’interesso».



Questa giovane studentessina chiamata qui Serena tanto serena non è, se usa l’evidenziatore un po’ a sproposito e segna con la penna “paroline garbate” su qualche pagina. Evidenzia il nome e cognome dell’autrice ed il logo editoriale, forse a voler dire: «ma questa casa editrice l’ha pubblicata, a ’sta scrittrice?». Povera ragazzina! Non ha tutti i torti, secondo me. Vorrei soltanto riuscire a capire, dato che la fantasia in questo non mi è d’ausilio, perché evidenzia delle frasette poco significative come «Lo raggiungemmo sul terrazzo» (pag. 15).

Le paroline poco garbate di cui sopra si sostanziano in più o meno lunghi pensieri. Tralasciando le mere parolacce, ne riporto uno che ben può dare l’idea di che età avesse Serena quando studiò il libro che esamino: «Nick dei Bekstreet [sic] Boys, sei bono». Questo pensiero lo rinverrete a pag. 141. Presumiamo che la lettrice coatta sia arrivata fin lì. Malgrado Serena Shock, che schocca con la sua stupidotteria, esprima così malamente il suo pensiero con qualche parolina riguardante il fondoschiena, io non me la sento di dare completamente torto alla sua noia.

Vediamo perché si sarebbe schoccata se fosse stata me… Avrebbe subito notato quanto segue.
Sulla copertina del libro compare la foto di un quadro, prodotto dalla stessa autrice del libro, ed anch’esso intitolato Il cratere nella pianura. A volte gli artisti hanno bisogno di sperimentare più campi d’indagine. Anche Hermann Hesse era un pittore, ma che un artista chiami un quadro ed un libro allo stesso modo…

Seconda osservazione: a mo’ d’introduzione, compare una lettera, non datata peraltro, scritta dal critico Gustavo Delgado alla Gentilissima Professoressa (pagg. 5-8). In tale missiva Delgado scrive:«Ne ho apprezzato, insieme alla semplicità e scorrevolezza del racconto, il profondo valore umano ed un senso di dolore e di sofferenza che va ben oltre l’ambito familiare e domestico per acquistare una dimensione collettiva e storica, senza che quest’ultima parola possa sembrare minimamente una Sua presunzione o una mia eccessiva benevolenza» (pag. 5). E prosegue: «Il quadro che viene fuori da questa cronaca-storia rappresenta un prezioso monito; è un rigoroso richiamo ai veri valori della convivenza umana, al conforto della Fede, al dovere della solidarietà, quando non ne sia spontaneo frutto, al senso di responsabilità dei governanti, allo spirito di civiltà della gente in divisa, che non può sacrificare ogni sentimento al diritto delle armi; ed infine è un inno alla Famiglia, come insostenibile, fondamentale nucleo di ogni vita» (pagg. 7-8).

Il critico bara, dice che il lavoro non vale e dice in ciò che vale. Si mantiene neutro anche se apparentemente si schiera. Perché bari non so, forse perché è difficile – credo – per un critico, uno scrittore od editore che sia dire: «Senti, io non credo che questo lavoro valga più di tanto. Forse vale per quello che dice, ma non per ciò che è».

Forse la scrittrice ha provato a farsi pubblicare, poi si è autoprodotta. Qualcuno, molto probabilmente, ha anche pensato che il suo libro fosse proponibile come narrativa nelle scuole. A parte ciò, chi si vuol prendere in giro? Io non ci casco. Mi si propone la lettura di un critico, e vabbé, ognuno cerca di fare strada come può. Mi si dice in retro che «L’opera, ad un attento lettore, richiama alla mente il celebre “Diario” di A. Frank e l’altrettanto celebre “Lessico famigliare” di N. Ginzburg». Mentre mi si dice tanto, scopro che lettera e retro di copertina sembrano stilati dalla stessa mano, quindi perché il critico non ha fatto ciò che fanno tutti i curatori, vale a dire una INTRODUZIONE?

Avanzo l’ipotesi di risposta: il testo sembra composto da tredici capitoletti. In realtà ne è composto da dodici, perché al numero uno, intitolato “Una piccola storia”, l’autrice prefaziona: «Ho scritto queste pagine tanti anni fa e le ho chiuse in un cassetto. L’ho fatto perché non credevo che avessero qualche valore e perché altro non dovevano essere che un raccontarmi una storia – la mia – nell’arco di un tempo breve e terribile, nella speranza di potermi riconciliare con le cose e soprattutto con gli uomini».

A quale valore si riferisce la dottoressa Sarli Gianfaldoni? È onesta quando scrive che avrebbe potuto migliorare la forma e “non ha voluto”? Forse è onesta perché dubita? Oppure è socratica perché filosofeggia?



Tutto il rispetto, per questa donna e la sua famiglia (famiglia nella quale crede), per la sofferenza subita. Tutto il rispetto, per chi ha sofferto guerra e fame. Mia nonna rientrava nel novero; per fortuna però, date certe sue idee, non poté scrivere un’autobiografia. Non era oltretutto istruita abbastanza: aveva soltanto la terza elementare, credo, e comunque non più della quinta. Forse, se avesse potuto laurearsi, anche mia nonna avrebbe scritto «Si parla tanto di uomo o donna oggetto, oggi. Ad ogni poco c’è qualcuno che ne sottolinea le motivazioni tutte riprovevoli e suggerisce rimedi. Anche togliere la polvere dai mobili fa sentire alcune donne un oggetto. O lavorare come si conviene, gli uomini. Io non mi sono mai, nella mia vita, sentita un oggetto. Solo quella volta, viaggiando su quel camion militare, verso chissà dove» (pag. 105).

Sono quasi certa, però, che mia nonna non avrebbe scritto «C’erano negri lunghissimi, con le lucide scarpe, che tornavano a farsi lucidare, e mille denti d’un bianco impossibile» (pag. 27). Ne sono quasi certa perché mia nonna, quelli che la professoressa chiama negri, li chiamava neri, e perché mi ha sempre parlato in un certo modo degli americani e che da quel modo non si evince affatto che si facessero lucidare le scarpe…

Il mondo è strano e la storia crudele, e parecchie cose che la scrittrice racconta le ha raccontate a me mia nonna, e questo libro ha un indubbio valore, ma di letterario poco più di nulla, ed è inaccettabile essere poetessa, definire la poesia “pensieri dell’anima” e proporsi come il demiurgo risolutore dei problemi altri con le frasi più o meno trite della morale tradizionale.

Le ingiustizie non dovrebbero colpire l’essere umano, ma qualora ciò accada, perché non deve trarne spunto per migliorare, per aprirsi alla conoscenza degli altri? Perché «Un cratere, mi sembrò quel posto, un cratere nella pianura. Nel suo profondo si erano confuse le vite di tanti sconosciuti, accomunati da una follia che gli uomini chiamano guerra. Ne venimmo fuori tormentosamente, migliori, chissà, certo diversi. Un cratere, dove tante vite, una vita, quella di Mino, si era consumata e noi scorrevamo via come la lava, con la memoria bruciata dal dolore» (pag. 149).

Chioso e chiudo con Umberto Eco (1): «Una volta che si è deciso a chi si scrive (all’umanità, non al relatore) bisogna decidere come si scrive. E questo è un problema molto difficile: se ci fossero delle regole esaurienti, tutti saremmo grandi scrittori».



28 agosto 2010

Monica Cito

(1) Da: “Come si fa una tesi di laurea”, edizioni tascabili Bompiani, 2000, pag. 161.


Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972 e vive a Ceglie Messapica (Brindisi).
Avvocato, si è laureata all’Università di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile (pubblicata come e-book su www.kultvirtualpress.com); articolista sin dai tempi della pratica forense della rivista giuridica on line www.diritto.it diretta dal dott. Francesco Brugaletta, referendario TAR. Collabora inoltre con portali letterari, anche di rilevanza internazionale.

Suoi interventi, sollecitati dal circolo politico di Alleanza Nazionale “Pinuccio Tatarella” della sua città, si rinvengono nell’organo di partito Cegliedestra in qualità di Responsabile Cultura.

Compare su Book and the others sorrows, blog della scrittrice Francesca Mazzucato su Kataweb, nel numero d’esordio della rivista letteraria Il Cavallo di Cavalcanti, Azimut edizioni, Roma, e su periodici altri.

Presiede il premio letterario Storie a Mezzogiorno – di cui ha curato omonima collettanea per i tipi Edizioni Simple, Macerata, 2009 – organizzato annualmente in partnership con la più originale editoria.

Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi di Giulio Perrone Editore, Roma.

Presente in antologie poetiche, curatrice d’introduzioni e postfazioni, editor di esordienti
.
Le è dedicata una voce, a cura del professor Ettore Catalano (ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari) nel tomo Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Progedit editore, Bari, 2009.

Essere intollerante al glutine e socio collaboratore dell’Associazione Italiana Celiachia sono per lei entità soggettivo-sociali inscindibili.


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