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Religiosità popolare e «compagnie laicali» nella Livorno del granduca Pietro Leopoldo (sec. XVIII)

Paola Ircani Menichini
(3.01.2011)

La religiosità popolare del Settecento fu una religiosità concreta, con-centrata sulle cosiddette «pratiche», cioè sull’am-ministrazione dei sacra-menti e sulle liturgie: le celebrazioni delle S. Messe, del Viatico per i moribondi, dei suffragi, i riti delle sepolture, le Novene, i Settenari, le Quarantore, le espo-sizioni, i digiuni, le prediche, il culto di reliquie, le confessioni ... e così via.
Era un mondo bene organizzato ed autonomo economicamente: si fon-dava sui cosiddetti «be-nefici ecclesiastici», cioè quegli uffici o mansioni sacre che avevano una loro dotazione (terre, case, depositi in denaro) e davano a chi ne era il beneficiario il diritto di percepirne i redditi, la congrua. I beneficiari erano o sacerdoti o religiosi regolari e chi aveva diritto di nomina poteva essere il papa, il re, il Comune locale o altri.
Queste forme di culto provenivano dalla volontà di persone ormai defunte, di governi scomparsi, di istituzioni ecclesiastiche di lontana origine: nascevano da un moto d’animo che era il desiderio di lasciare memoria di sé e conseguire la salvezza eterna con una donazione utile alla celebrazione di liturgie o alla fondazione e il mantenimento di cappelle, o a comprare e rinnovare gli arredi sacri, quelli preziosi - calici, argenteria d’uso - e quelli di stoffa, piviali, pianete, baldacchini ecc.
I benefici e le rendite, oltre alle elemosine e a quelli che si chiamavano incerti, erano importanti per il mantenimento del clero. All’epoca il sacerdote secolare era solo: doveva conquistarsi la vita con i propri mezzi e capacità o con le protezioni, e avere una parrocchia, una cappella, un rettorato, una cattedra d’insegnamento, una fonte di reddito. Ai giovani chierici la famiglia o un ente ecclesiastico intestava alcuni beni (terre e altro) al momento di ricevere gli ordini sacri per assicurare al vescovo che avevano il sostentamento.
Un religioso regolare, un frate o una suora, invece non era mai solo: aveva il convento, la «famiglia» e i beni comuni che lo sostenevano, il suo Ordine e la regola adattata nei tempi con i capitoli. Nella regola aveva molta importanza il comportamento morale nei riguardi dei confratelli, dei terzi e dell’autorità (priore).


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Paola Ircani Menichini, "Religiosità popolare e «compagnie laicali» nella Livorno del granduca Pietro Leopoldo (sec. XVIII)"

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