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Lo smarrimento non c’è mai stato, al principio

La direzione intellettuale

Giancarlo Calciolari
(2.01.1998)

Trovarsi in un itinerario non è facile. La via è stretta, tortuosa, labirintica. E anche quando c’è il cielo e un lembo di paradiso può sembrare che si tratti della via sbagliata, oppure inutile.

Basta accettare per un attimo la tentazione mentalista che i giochi sino già fatti, che le cose siano finibili e finite per trovarsi nell’autostrada del conformismo.

Non è nemmeno il caso di combattere il conformismo, che corrisponde a porselo come orizzonte, né di sacralizzarlo con l’anticonformismo che privilegia la stessa via larga, ne costituisce oggi la corsia preferenziale.

A questo proposito Armando Verdiglione parla di non accettazione del conformismo: la questione è quella della trasformazione delle cose secondo la direzione intellettuale, e non dell’apposizione né dell’opposizione al conformismo.

Nel mezzo dell’itinerario artistico, culturale e scientifico della sua vita, Dante smarrisce la diritta via. Si ritrova nella foresta oscura e popolata di animali fantastici. Ha paura. Dice a Virgilio: non vedi la bestia che mi fa tremare le vene e i polsi?

Risponde il maestro di Dante: a te convien tener altro viaggio. Dante pare non credere alla coppia gnostica maestro-allievo, non riproduce il testo di Virgilio, e proprio per questo trova maestro-allievo come dispositivo di scrittura. Dante inventa la lingua italiana.

Antonio Sanson, Birmania, 2004

Questa invenzione è tale che oggi uno scrittore è valido nella misura in cui restituisce qualcosa della scrittura dell’esperienza del sommo poeta. Eppure Dante ammette la necessità del maestro: Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,/ tu se’ solo colui da cu’ io tolsi/ lo bello stile che m’ha fatto onore. Dante articola, traspone letterariamente ciascun dettaglio della sua esperienza. Per questo la commedia è divina. Non umana, come crederà Balzac.

Commedia. Canzone. Secondo il modo della parola originaria. E non secondo il bestiario d’origine, che diviene poi il bestiario finale, le bestie dell’apocalisse di San Giovanni.

Non si tratta dell’edificazione pontificia contro la barbarie, di costruire ponti sino alla sintesi nel ponte unico dove circolano tutti gli umani sotto la direzione del pontifex magnum.

La metafora pastorale è ispirata a un principio divino, a un testo invisibile per la guida del gregge, docile o ribelle, comunque complice.

Anche Heidegger nella conferenza "Tempo e essere" del 1962 suggerisce di non sforzarsi d’intendere, di non fare nulla, basta seguire il passo che si mostra nell’andatura del maestro, che altrove è chiamato pastore dell’essere.

Questo itinerario va dallo stesso allo stesso: nella circolarità più pura e più dura. E che questo sentiero sia unico o plurimo, sia interrotto o continuo, si tratta sempre dello smarrimento nella prigione infinita della morte.

Rispetto a chi fugge la morte, Heidegger propone in Essere e tempo (1927) il coraggio di chi la guarda in faccia. Ma è sempre mamma la morte, mamma la paura a vincere. E non è per nulla un caso che nel testo di Heidegger non ci sia un’elaborazione della madre.

Ovvero nel discorso occidentale, come discorso della morte, il caso è sempre di morte, buona o cattiva che sia. Non si dà mai il caso intellettuale, il caso di vita. Il caso parrebbe sempre della bestia, dell’animale politico di Aristotele.

Altra è la via seguita da Maimonide, nella sua Guida degli smarriti, è quella dell’etimo: pur scritta in un’altra lingua, l’arabo, la Guida indaga attorno all’etimo nel Vecchio testamento, che per la religione ebraica è la Torah.

Maimonide trova la direzione che da sempre era la sua: indaga su ciascun termine della sua esperienza e qualcosa resta, la scrittura del testo ebraico. è un maestro di lettura, come i padri della Chiesa cattolica, come Sant’Agostino, che segue un’altra via. In particolare nel De trinitate Dei si dispiega una politica della fede, connessa con una scienza della procedura e della processione delle cose che richiede dio come operatore logico.

Procedura e processione che hanno già una direzione verso la qualità della vita, la verità comme effetto. Quindi, più che una teologia, un discorso attorno a Dio, si tratta della logica di dio: di come dio opera alla scrittura dell’esperienza. Anche nel testo di Spinoza c’è la questione di dio in quanto operatore e non come agente direttamente nella chose humaine.

E i tre livelli di conoscenza dell’Etica non costituiscono un percorso a tappe obbligatorio per giungere dietro le orme di Benedictus, Baruch in ebraico.

Non si tratta di capire quello che ha capito Spinoza, ma di intendere qualcosa nel confronto con il suo testo. Del resto Spinoza stesso non afferma apoditticamente qualcosa, ma intende lungo il filo dell’esperienza: non scrive «Dio è...» ma «Per Dio, intendo...»

Intelligo. Per ciascuno si tratta del cammino dell’identificazione lungo cui si articola il fantasma della guida come dux. Il duce non è il pastore: è il capro banda, è il primo capro, il caprone degli umani ridotti a gregge. Le dottrine politiche sono tutt’ora debitrici di questa idea di conduzione.

Solo la scienza della politica di Machiavelli non indossa la pelle del capro. E solo oggi la lettura del testo di Machiavelli operata da Armando Verdiglione (Niccolò Machiavelli, 1994, Spirali) permette di intendere come la guida proceda dal due, dall’ironia, dalla questione aperta.

La guida non procede dall’uno, come sprona ogni tiranno, despota o vampiro, e nemmeno procede da una sommatoria più o meno ristretta degli uni, dall’oligarchia al governo popolare.

La direzione intellettuale è senza soggetto: si tratta d’instaurare dispositivi di direzione, senza basarsi su una modellistica o precettistica antica. La radice intellettuale dimora nella parola e non in un modello di governo antico.

Anche maestro allievo è un dispositivo e non una coppia di soggetti. Il dispositivo trova infatti la sua condizione nell’oggetto e non nel soggetto, quindi nel demone di Socrate e non nel cogito cartesiano. Che cosa fa invece il discorso occidentale come discorso della morte? Circola, scodinzola, si divora la coda: crea il cerchio, sino all’algebra del cerchio nella topologia dei nodi di Lacan.

Spazio puro in assenza di tempo, di passo e di piede. Anche il tempo logico nega il tempo, nega la sua politica, la sessualità. E lascia girare in tondo, nella prigione planetaria, nel carcere senza sbarre della morte bianca.

Al soggetto, ovvero all’animale fantastico, non resta che la lotta di puro prestigio tra bestie - bestie padrone e bestie schiave -, e sopra questo morire di niente trionfa la morte, il padrone assoluto, secondo il dire di Hegel. A proposito d’animale fantastico è curiosa l’avventura di Hegel.

All’età di ventott’anni Hegel scrive all’amico Hölderlin una poesia orfica. La questione è quella del sapere assoluto: nel mistero e nel suo rito c’è l’accesso alla vita autentica. E dopo la notte ebbra per l’iniziazione al celebre enigma, come parlarne, come trasmetterne la conoscenza? Occorrerebbe possedere la lingua dell’angelo, ma ormai è perduta. Restano solo le parole povere e che irrimediabilmente non possono dire il mistero. Così la poesia del giovane Hegel commemora l’indicibile della cosa.

Procedendo dalla spirale pulsionale il limite è del tempo, e il soggetto si dilegua come causa delle cose per l’evento del soggettuale, per l’effetto del tempo che cifra. La quantità che si fa d’infinito, in un itinerario artistico, culturale e scientifico, approda alla qualità della parola. Quindi occorre integrare la lezione di Dante, anche se si trattasse di raccogliere un solo granello di sale della sua esperienza, affinché si trasponga in un granello di poesia.

Eppure un nonnulla può farci andare in bestia, e farci credere che cibarsi del frutto dell’albero del bene e del male dia la conoscenza e non la nudità del serpente.

Ma non c’è questa conoscenza della morte, che va solo dalla condanna del serpente a cibarsi di polvere al divenire polvere dell’uomo.

Nel «nonnulla» non c’è nessuna polverizzazione né nullificazione dell’esperienza, e in forma di negazione, di elusione, di rifiuto o di rigetto ci sono già i termini dell’itinerario in cui ciascuno può ritrovare la diritta via che ha smarrito.

("Helios", n. 1, 1998)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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