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Nel quarto centenario della canonizzazione, 1610-2010

Fabiola Giancotti, "Per ragioni di salute. San Carlo Borromeo"

Giancarlo Calciolari
(27.12.2010)

La logica di un santo non è comune, è una logica rara. La sua specificità è quella di attenersi alla parola, nelle sue due facce di logica e industria di vita. Non tutti a contatto con la peste si appestano. Il santo è immune. La sua battaglia di vita è per ragioni di salute, e non scherzo con la morte.

Questi elementi li traiamo dalla recente pubblicazione del libro di Fabiola Giancotti, “Per ragioni di salute. San Carlo Borromeo nel quarto centenario della canonizzazione, 1610-2010” (Spirali, Milano, 2010, pp. 1000 [con 62 opere d’arte inedite]”, € 98,00).

La lezione di Carlo Borromeo nell’affrontare la peste di Milano è quella della salute, che non è biologica, non è psicologica, non è sociologica: è intellettuale, o per impiegare i termini dell’epoca è spirituale, ovvero anche corporale.

La salute non viene dalla lotta contro la malattia, contro la paura di ammalarsi (quale ultima barriera prima della paura di morire). I più si adagiano sul tentativo impossibile di guarire per poi “fare”. Fabiola Giancotti indica come per san Carlo Borromeo la logica di vita e i dispositivi del fare siano improcastinabili, irrinunciabili, imposponibili in un futuro ideale dalla salute perfetta. E le ragioni della battaglia di vita sono le stesse ragioni di salute.

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Piazza Armerina (Sicilia), mosaico della villa del Casale, sec. III
Fotografia di Giuseppina Aguglia

Affrontando la vita, la malattia come rappresentazione del sintomo si dissolve. Il miracolo accade e avviene. Invece, aspettare di guarire per poi fare corrisponde all’invito di Hegel di assumere quotidianamente particelle di morte, per abituarsi a morire, come ha cercato di fare Jacques Derrida. Ma la morte è indigeribile. La vita non è l’economia della morte. L’attesa è una categoria genealogica e non un termine del glossario e del dizionario di vita.
L’approdo alla semplicità della lettura di Fabiola Giancotti è un frutto e non una radice. Nessuna identificazione o inidentificazione alla radice dell’altro può sostituirsi all’itinerario che ha portato alla cifra il caso Carlo Borromeo. Quello che può comportare di poter assumere o meno l’ipotesi di lettura di Fabiola Giancotti è l’attenersi a quell’ordine genealogico che permetterebbe la sua critica personale o sociale, e guazza nella malattia. È il sogno a occhi aperti dell’acefalia umana, la normalità, e il suo colmo, l’anormalità. Anche conformismo e anticonformismo.

Qual è infatti il ragionamento (ragione sufficiente) dei più? Carlo Borromeo apparteneva a una delle tre famiglie più illustri e potenti di Milano (assieme agli Sforza e ai Visconti: rappresentate appunto nel nodo borromeo) e se l’è potuto permettere tutto quello che ha fatto. È nato dalla parte giusta del paniere sociale degli eletti e non fuori come tutti gli altri ai quali è indirizzata la sua direzione di vita. L’amico ebreo, scrittore e traduttore, Francesco Saba Sardi, ci ricordava nel 2003 che Carlo Borromeo faceva tagliare la lingua ai blasfemi. Se fosse nato in una famiglia povera non avrebbe potuto fare nulla di quello che l’ha reso santo. E ciò non esclude un’altra via alla santificazione.

Digiunare in una villa lussuosa, tra le più belle dimore della città di Milano, non sarebbe altro che un caso di anoressia dell’élite opulenta, quella dei “Grassi”, degli “Ottimati” come li chiamava Machiavelli. Come il principe di Perturbamento di Thomas Bernhard, Carlo Borromeo si sente libero al colmo del successo genealogico? I Borromeo attuali non godrebbero “ancora” della sua eredità sostanziale e non intellettuale?

Tutto questo metodo paranoico critico – secondo la formulazione di Salvador Dalì, che di paranoia ne abusava – è logico-deduttivo, ovvero non si permette nessun passo in direzione della qualità assoluta, che richiede ben altro che l’ennesima deduzione (a partire da un postulato e non da un assioma). L’esigenza è quella dell’ipotesi abduttiva, l’ipotesi improbabile, quella che il mondo non vorrebbe mai ascoltare. L’ipotesi contro cui l’ordine genealogico (che è sempre doppio, come quello degli inclusi e degli esclusi) mette i suoi doganieri e i sui cani da guardia, la sua comunità degli interpreti. E quindi noi leggiamo anche le varie ipotesi deduttive, le teorie della conoscenza, e quindi i vari teismi e ateismi che vorrebbero tenere in ostaggio la parola libera. Anche analisi dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islamismo, senza nulla togliere a chi non ha scommesso sulla doxa dell’immagine ma sull’inimmaginabile di ciascuna istanza di vita.

La semplicità è la brevità del testo di Fabiola Giancotti, accompagnato da un impegnativo e denso glossario e dizionario dei lemmi di Carlo Borromeo, segue al suo attenersi all’ipotesi abduttiva. Quale? Il caso intellettuale di Carlo Borromeo, non il caso genealogico. Il caso di san Carlo Borromeo è riducibile all’appartenenza al suo albero genealogico o piuttosto ha più a che fare con i suoi arbores, i disegni e le mappe dei dispositivi di battaglia di vita di ciascun giorno?

Quando Carlo Borromeo annota le anomalie rispetto alla genealogia, com’è anche il suo caso, si attiene all’apertura, mentre per l’appunto la genealogia è chiusura. Nella vita non scontata di Carlo Borromeo, ovvero lungo l’ipotesi abduttiva della vita originaria, la vita da inventare e non già scritta, non predestinata dalla classe, dal ceto, dal gruppo, dalla società, il viaggio si scrive in modo inedito. È questa scrittura che legge Fabiola Giancotti e ne restituisce alcuni elementi sino all’approdo alla cifra. “Per ragioni di salute” giunge alla cifra della salute, all’istanza di qualità della vita. Nella logica paradossale di Dante (come nel caso della Madonna figlia di suo figlio), si dovrebbe scrivere che la guarigione precede la malattia. Le vittorie sulla malattia, come ognuno sa, sono vittorie di Pirro, in cui la rappresentazione del sintomo inanalizzata irrompe in altro modo. Freud l’ha chiamato il ritorno del rimosso.

La malattia non offende. La morte non offende. L’immagine non offende. “È proprio di un animo debole ed infermo il chiamarsi offeso dalle ingiurie o dalle parole, giacché i cani robusti e forti camminano con sicurezza in mezzo ai latrati dei cagnolini” (san Carlo). Come un animo diviene debole o anche come si crea la doppia schiera dei cagnoni e dei cagnolini? Cedendo sul nome, sullo zero, sul padre.

Carlo Borromeo non cede sulla questione del nome e nemmeno sulla questione del significante, e si espone all’altro tempo. È in questo stesso altro tempo che si effettua la lettura di Fabiola Giancotti. Nei termini di Jacques Lacan (sempre da leggere), si direbbe che dopo il tempo (logico) di vedere e di comprendere, Giancotti sia giunta al tempo di concludere. E lo fa con semplicità, oggi, dopo l’avvio della ricerca nel 1984, quando quella che fu la villa di san Carlo Borromeo, a Senago (Mi), diviene la seconda sede della Fondazione di cultura internazionale Armando Verdiglione, nel cui ambito si è svolta e si svolge la ricerca intellettuale di Fabiola Giancotti.

Come legge Fabiola Giancotti? “E dobbiamo leggere tra le righe quanto viene raccontato da decine di migliaia di pagine, tutte agiografiche, tutte osannanti, e da qualche centinaia, al contrario, denigratorie e sprezzanti”. Quindi acquisisce la lezione senza più genealogia di san Carlo, dopo avere acquisito la lezione cifrematica di Armando Verdiglione, che dissipa la credenza nelle istituzioni divine e terrestri in quanto tali.

Se non ci sono le acquisizioni intellettuali nell’atto, ciascuna volta, originario, gli umani, tracotanti (arroganti o modesti), sopravvivono di ricordi, circolando, senza nessuna umiltà. È così che l’humilitas su cui insiste Carlo Borromeo si scrive in un’altra accezione nella lettura di Fabiola Giancotti: “Una vicenda entra nel racconto. Se trova l’umiltà va incontro all’accadimento, ma se si attorciglia al ricordo trova l’umiliazione. L’umiltà è la dissipazione di tutte le credenze, quindi dei ricordi, e della particolare convinzione che la strada sia circolare e che, così, possa chiudere il cerchio con l’origine”.

Umiltà anche nella comunicazione. Carlo Borromeo, citato da Fabiola Giancotti, suggerisce per l’aspetto orale della ricerca, per la predicazione, di non gettare alla rinfusa quanto si è letto e studiato, di non fare pompa dei propri talenti, e di non smarrirsi al vedere la scarsa udienza. Quanti infatti non avendo successo di pubblico smettono di intraprendere, di scrivere, di dipingere, di scolpire, di danzare, di cucinare… ? E proseguono a vivere a caso, come smemorati e scordati e appestati.

Solo l’appestato comune acchiappa la peste quando irrompe sulla scena sociale. Scrive Fabiola Giancotti che “l’approccio dei contemporanei è sempre pestifero, e mortifero”. Altro è l’approccio di san Carlo Borromeo nella peste più lieve, del 1576, nota dopo con il suo nome. Il santo non smette di vivere, non si ripara, non fugge, non soccombe alla morte incombente, e non patisce neanche un lieve dolore al capo.

Come scrive Borges: ci sono sempre altri crepuscoli, altra gloria. Lungo il filo del crepuscolo, l’itinerario di restituzione del testo di Carlo Borromeo intrapreso da Fabiola Giancotti è giunto alla chiarità, alla qualità, alla cifra. E altre incommensurabili spirali di parole si dispongono per un’altra ricerca e un altro approdo, non senza per l’appunto il glossario e il dizionario di san Carlo Borromeo.


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26.04.2017