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L’etica, l’impresa, la qualità

Intervista a Alessandro Riello

Giancarlo Calciolari

Il valore estremo? È l’etica. Noi abbiamo una carta di valori, dove abbiamo definito la nostra missione, i valori di riferimento e i comportamenti che un’azienda deve tenere per conseguire la sua missione nel rispetto dei valori.

(15.09.2003)

Quale libro che considera indispensabile nella biblioteca dell’imprenditore?

I libri che sono indispensabili nella biblioteca dell’imprenditore sono molti, non è solo qualche libro. Penso che un imprenditore, ovviamente, deve avere dei libri tecnici che abbiano una vocazione particolare per la tipologia del lavoro che deve fare. Però, molto spesso, mi riferisco alla mia biblioteca, si cercano anche dei libri che aiutino la riflessione, quindi dei libri che possano aprire la mente, e che non siano necessariamente tarati sulla vita d’impresa. Nella biblioteca di un imprenditore sono necessari, per esempio, dei buoni libri di storia e anche di cultura umanistica. La storia insegna molto.

Hiko Yoshitaka, "La banca del piacere", 2002, ceramica a lustro metallico, cm 28,5 x 28,5

Può fare qualche esempio?

Una cosa molto classica, tanto per dirne una: I promessi sposi. È un testo purtroppo molto odiato, spesso, perché c’è stato imposto, e forse talvolta mal spiegato a scuola. Ha rappresentato uno degli scogli su cui abbiamo dovuto impegnare la nostra giovinezza. Però il libro de I promessi sposi è nella mia biblioteca perché lo trovo carico d’umanità. Gli imprenditori, leggendolo, possono capire come porre le relazioni umane anche nella loro azienda.

Qual è il contributo dell’università e delle scuole di management all’impresa? Ciò che è essenziale, s’impara nella vita dell’impresa o qualcosa si acquisisce prima?

Direi che grazie al cielo, oggi, il mondo della scuola e dell’università e il mondo dell’impresa si stanno avvicinando; cioè quest’interrelazione, tra mondo della scuola, mondo dell’istituzione e mondo del lavoro, riesce meglio che in passato.

Fino a qualche tempo fa, purtroppo, c’era questa mentalità nella scuola, di vivere male i rapporti con l’impresa perché si pensava a una sorta d’impresa egemonica che volesse mettere le mani sulla cultura.

Diciamo che è una visione un po’ distorta. Oggi, penso che questo tipo di mentalità sia cambiato. In effetti, il rapporto con la scuola deve essere anche un rapporto costruttivo, cioè da una parte la scuola insegna e dall’altra parte l’impresa, per chi sta apprendendo, può diventare una palestra di conoscenza.

Quindi è un fatto che ci siano molte scuole che si rendono disponibili, e molte imprese pure. Unire l’aspetto teorico con l’aspetto pratico diventa molto progettuale.

Non è ancora una cosa codificata: non è ancora una cosa su cui esiste un progetto. Molto spesso questo fatto è lasciato più alla buona volontà e all’entusiasmo di alcuni docenti, di alcune scuole. Non abbiamo un contesto già affermato.

D’altra parte, non è facile trovare imprese che si rendano disponibili a fare gli stage per gli studenti. Quindi bisogna cercare di aumentare queste interrelazioni, però a fronte di un progetto, non dico coercitivo, ma occorre che spinga molto e dia degli input operativi al mondo della scuola e al mondo dell’impresa.

C’è un contributo delle discipline umanistiche all’impresa, o risultano degli arcaismi?

C’era un aspetto anche di cultura, nella nostra società di alcuni anni fa, se l’impresa era sempre vissuta quasi come un corpo estraneo, che dava fastidio, come se fosse stata qualcosa che viveva come un parassita sulla società.

Oggi, penso che questa mentalità sia profondamente cambiata: l’impresa viene vissuta nel contesto sociale come un fatto positivo, perché c’è stato un cambiamento, a mio avviso un cambiamento nell’approccio di una parte degli imprenditori.

Gli imprenditori, sì, operano, fanno il loro mestiere, la missione dell’impresa è quella di creare valore aggiunto, di creare profitto; però è nata anche una responsabilità sociale da parte dell’impresa.

Molte imprese si danno dei documenti e a questi s’identificano. Oltre alla missione dell’impresa, ci sono i comportamenti e i valori ai quali l’impresa fa riferimento, e diciamo che tra i valori dell’impresa che devono essere salvaguardati c’è il profitto, che è fondamentale, perché misura il successo di un’impresa. Un’impresa che non fa profitto vuol dire che è un’impresa che è destinata a chiudere. Ma tra i valori ci sono anche l’etica e la società.

È una visione anche più complessa quella del mondo dell’impresa nei confronti delle relazioni verso il suo esterno. Infatti, adesso, si parla molto di creare un rapporto stretto tra l’impresa, i clienti e i fornitori; ma non solo, è questione di tutta la società civile in cui un’impresa vive e lavora.

È l’impresa cittadina, come la chiamano i giovani imprenditori francesi?

È un’impresa che sta trovando una sua dignità di cittadinanza. A questo molti imprenditori oggi si sentono sensibili. È un processo di cambiamento e evidentemente prende del tempo.

Ricordiamoci sopra tutto che nella nostra area del Nord-Est d’Italia abbiamo vissuto di piccola e media impresa. Certamente la grande impresa ha maggiore facilità, con tutti i distinguo del caso. Si tratta di un approccio su cui la grande impresa si muove da tempo.

La piccola e media impresa, prima ha dovuto nascere, crescere, consolidarsi. Adesso ha raggiunto questa maturità, per cui anche nel Nord-Est è diffuso questo modo di sentire.

Come si pone l’impresa rispetto alla globalizzazione?

La globalizzazione non è altro che la velocizzazione dei rapporti. Prima della guerra il mercato per l’impresa era rappresentato dal mercato nazionale; nel dopoguerra, lo sviluppo dei trasporti, delle comunicazioni, ha portato a considerare l’Europa come nostro mercato.

Oggi, con l’accelerazione che c’è stata, c’è un confronto con tutti paesi dell’estremo oriente, anche a seguito della nascita di riferimenti economici importanti come il Sud-Est asiatico e la Cina. Prima questo confronto non esisteva.

Oggi, noi dobbiamo confrontarci con questi altri mercati: quindi la globalizzazione significa velocizzazione e maggior confronto. Su questo tema, noi siamo molto sensibili, perché siamo anche esposti alla competizione: una competizione che a noi va bene purché nel mondo esistano degli equilibri veri.

Si devono dare delle regole per consentire a tutti di competere con la stessa dignità. Regole che non riguardano solo i paesi più evoluti come l’Italia e l’Europa, più evoluti che gli Stati-Uniti, perché le Stati Uniti non hanno firmato il protocollo di Kyoto.

In un certo senso noi abbiamo un società più evoluta, però il fatto di essere più evoluti non deve significare che dobbiamo subire una concorrenza sleale da parte dei paesi che non si attengono alle stesse regole.

Gli Stati Uniti non hanno firmato il protocollo, come non hanno firmato tanti paesi: questo significa che le nostre aziende sono costrette a avere degli impianti per la salvaguardia dell’ambiente. Le nostre imprese sopportano questi costi, mentre le aziende americane e tutte le altre aziende non li stanno sopportando. La Cina, per prima, inquina a man bassa.

Noi abbiamo un sistema in Italia, in Europa di welfare, che è corretto d’avere, per garantire un certo standard di vita alla nostra gente, ma dopo competiamo con la Cina dove il sistema di welfare è totalmente inesistente.

Un sistema di benessere costa; e dove non c’è, non costa niente produrre.
Allora, questa è la competizione non corretta che ci viene portata, e che mette in difficoltà le nostre economie.

Occorrono delle regole che siano rispettate da tutti. Quando si ci scontra sul mercato bisogna competere, anche nella ricerca, nell’innovazione e nell’efficienza; però con le stessi armi. Non si può andare ancora con la cavalleria e trovarsi di fronte i lanciafiamme!

Ancora di recente c’è chi ha detto che l’importante è quello d’essere più competitivi del vicino. Le chiedo se quel che conta non sia la direzione verso la qualità e non contro il vicino, che sarebbe quasi un nemico da abbattere.

È una fantasmagoria questa competizione. Di fatto, oggi, proprio perché la competizione è diventata sempre più qualitativa, più che quantitativa, l’aspetto qualitativo è praticamente dato per scontato: quando un consumatore compra un nostro prodotto, è gia scontato che sia qualitativamente buono, a maggior ragione nei mercati più evoluti, come l’Europa e gli Stati Uniti, dove i nostri prodotti devono essere comunque sottoposti ai test per ottenere i marchi di conformità. Quindi si ricerca sempre un miglioramento, che deve rispondere alle esigenze del mercato, che non è più la qualità, ma in questo periodo è l’efficienza energetica.

Il vicino da perseguire è quello che non gioca con le corrette regole del gioco. Se io ho i miei prodotti che devo sottoporre a certificazione, ho una serie di costi per ottenere la garanzia cee, che è quella che dice al consumatore che il prodotto è testato e certificato secondo le norme di sicurezza del mercato europeo, non posso sopportare che il cinese di turno mi arrivi con un prodotto che costa la metà, e che è marchiato "cee", che graficamente è identico al marchio europeo, e invece vuol dire Cina-export.

Questo non va. Nell’episodio del succhiotto che ha rischiato di soffocare un bambino, il finanziere ha fatto vedere la confezione che lo conteneva: si vedeva il "made in Cina" con marchiato il "cee" falso.

Come interviene la famiglia nell’itinerario dell’imprenditore?

Posso parlare della mia esperienza. Sono nato in una famiglia d’imprenditori: mio bisnonno, che ha iniziato, mio nonno, mio padre, quindi per quanto mi riguarda è la quarta generazione. E devo dire che a me, ma anche a molti dei miei collegi, non è stato imposto. Anzi, per me, i miei sognavano un futuro da notaio, perché dicevano che si guadagna molto bene e si rischia molto meno.

In effetti, volevo fare questo mestiere, e così proprio prima di entrare a lavorare nelle aziende che la mia famiglia aveva creato, ho accettato una sfida personale, quella di mettermi in proprio. Ho creato un’azienda con alcuni collaboratori e dopo alcuni anni, quando questa realtà si era formata, e consolidata, sono entrato anche nelle aziende della famiglia.

Alcuni figli di imprenditori si lasciano travolgere dal patrimonio.

Questo è proprio il tema. Quando i genitori sono degli imprenditori sul serio, presenti nell’azienda, il rischio è, entrando, di venire schiacciati da una grande personalità. Nessun uomo geniale, ma ingombrante. E quindi una generazione nuova che entra rischia di essere mal passata, anche involontariamente, perché l’azienda fa riferimento a questa figura d’imprenditore, e l’imprenditore naturalmente, anche non volendo, va in presa diretta con la sua natura. Se uno esce e ha un’esperienza autonoma, poi rientra, e la sua esperienza gli dà una maggiore credibilità e consapevolezza del ruolo, e anche la possibilità d’evitare questo pericolo di rimanere compresso tra il management e la figura dell’imprenditore.


È stata proprio un’invenzione, è stato un dispositivo.

È stato un po’ così. Mio nonno aveva fondato con i fratelli la Riello Bruciatori, mio padre ha iniziato un’avventura imprenditoriale sua, creando l’Aermec, dove siamo oggi. Diciamo che è diventata una tradizione di famiglia: a mia volta, avevo ventun’anni quando ho iniziato un’attività, ho sfidato la sorte e sono stato fortunato. Ho anche avuto la fortuna di trovare degli ottimi collaboratori, perché da solo non si può fare granché; però ci vuole passione, questo è un mestiere che la richiede.

Qual è il valore estremo dell’impresa?

Il valore estremo? È l’etica. Noi abbiamo una carta di valori, dove abbiamo definito la nostra missione, i valori di riferimento e i comportamenti che un’azienda deve tenere per conseguire la sua missione nel rispetto dei valori.

E il valore dell’etica è quello migliore: l’etica del lavoro è il caposaldo del vivere nell’azienda, e l’etica dell’azienda è il caposaldo del suo agire nel mondo e quindi nella società. L’etica è il valore di riferimento da cui non si può prescindere, e ne discendono tutte le altre basi del valore.

È un valore intellettuale, non è il capitale del cumulo.

È essenziale.
Il profitto, che cos’è? Qualche cosa che serve da benzina per la crescita dell’azienda. La maggior parte degl’imprenditori adoperano il profitto per autofinanziare la proprio azienda, per farla crescere. Questo è molto nella mentalità, non solo del Veneto, ma più generalmente delle piccole e medie imprese di tutto il nostro paese.

Alessandro Riello è presidente di Assindustria Verona, presidente vicario degli industriali veneti, vicepresidente della società Riello International Group, presidente del comitato di gestione del premio "Campiello".


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15.11.2017