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La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Mario Martinelli, "Il Granduca"

Marina Monego
(20.06.2010)

Una “sinottica dello sguardo”, una panoramica a volo d’uccello presenta, nel primo capitolo, lo scenario del romanzo: la Schüsseltal o Val Scodella, sperduta vallata trentina formata da quattordici case, che hanno visto generazioni passare tra le loro mura, dominate dai ruderi di un antico castello, oggetto di sinistre leggende.

Svetta sopra la valle il Grossherzog – il Granduca – una cima intatta e inviolabile, un nume dispotico e temuto, da trattarsi con rispetto e reverenza.
A questa terra ritorna, dopo molti anni, Luino: andatosene ancora ragazzo per cause di forza maggiore – era rimasto orfano insieme al fratello minore – è ormai un cinquantenne, un viandante con il cappello a falde larghe e una strana pipa, che riproduce un vecchio barbuto, il cui copricapo funge da coperchio per il fornello.

I genitori e, successivamente, suo fratello sono morti sul Grossherzog, lui ora vuole rivedere quei luoghi, vuole scoprire meglio le circostanze dei tragici eventi, vuole conoscere la montagna, sentirla, capirne l’essenza.
Il ritorno per Luino è anche incontro con i pochi abitanti rimasti nella Val Scodella, quasi tutti piuttosto anziani, visto che i giovani sono emigrati alla ricerca di condizioni di vita più comode.

Sarà rigenerante per il protagonista conoscere quegli animi semplici, genuini, riservati, cordiali, ma senza smancerie o affettazione. Sono i “detentori delle chiavi per accedere all’anima delle montagne”, pieni di gratitudine per la vita, benché faticosa nelle loro valli. Hanno caratteri temprati dalle difficoltà e dal lavoro e una saggezza che nasce da un rapporto sano con i tempi della vita.

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Marina Monego, "Mario Martinelli, ’Il Granduca’"

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Opera di Neysa Grassi (New York)

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26.04.2017