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Collegio Vanzo

Lucia Guidorizzi
(1.03.2010)

Cioccolatini per il Biafra

L’educazione al sacrificio, è elemento fondante di ogni comunità, civile o religiosa che sia. L’individuo, rinunciando ai suoi vantaggi personali per un bene comune, progredisce, e con lui progredisce l’umanità tutta. Perciò le suore, per temprare il nostro carattere e indirizzare la nostra indole verso nobili cause, ci incoraggiavano ad esercitarci in piccole privazioni quotidiane. Ci parlavano spesso dell’Africa, come di un continente sperduto e selvaggio, pullulante di miseria, di fame, di malattia, di devastazione. Per fortuna che vi erano degli uomini generosi e sacrificali: i missionari. Questi, dopo aver ricevuto una chiamata ineludibile, abbandonavano gli agi della Vecchia Europa, per calarsi nel cuore di tenebra di questo continente sperduto, guidati da null’altro che dalla loro fede adamantina, per portare la luce del Vangelo alle povere menti ottenebrate di esseri che fino a poco tempo prima venivano definiti cannibali. Esistevano uomini santi e determinati, come Raoul Follereau, che avevano scelto di vivere nelle comunità di lebbrosi, per curarli nel corpo e nello spirito.

Opera di Christiane Apprieux, 2010, argilla

A scopo educativo e didascalico le suore ci facevano recitare in classe una preghiera coniata dallo stesso Raoul Follereau, di cui ricordo ancora questo macabro passaggio: "Signore, ricordati di loro che tendono a te le mani senza dita, le braccia senza mani..."
Indubbiamente, in Africa non c’era da stare allegri e, come se non bastasse, oltre alla lebbra, imperversava anche la fame. Una fame assoluta. La nostra aula era costellata dalle immagini spaventose dei fantasmi della denutrizione: madri dai seni scarniti e vuoti che tentavano di allattare neonati già divenuti scheletri, dei quali restavano vivi soltanto i grandi occhi sbarrati, bambini col ventre gonfio e teso come un otre poggiato su gambe ossute, uomini e donne senza età che agonizzavano, troppo esausti perfino per morire. Ma il punto più nero del continente nero, lì dove la fame regnava incontrastata, aveva un nome: si chiamava Biafra.La Repubblica del Biafra ebbe una vita breve come stato secessionista nel sud-est della Nigeria. Esistette dal 30 maggio 1967 al 15 gennaio 1970. Il Capo di Stato Maggiore annunciò formalmente la sua capitolazione il 12 gennaio 1970.

Crescevamo così, circondati dalle immagini terrificanti della popolazione biafrana estenuata dalla fame, sentendoci in colpa per essere nutriti e pasciuti nelle nostre tiepide case.

Dunque le suore, per educarci al sacrificio, avevano allestito in classe un altarino dove noi, quotidianamente, dovevamo immolare i frutti delle nostre rinunce che consistevano in caramelle, cioccolatini e dolciumi vari.

Quando il carico delle nostre piccole privazioni sarebbe divenuto considerevole, le suore l’avrebbero spedito direttamente in Africa, precisamente nel Biafra, proprio da quei bambini affamati e deformi le cui foto ci accompagnavano per tutto il giorno e che, grazie a queste leccornie, avrebbero placato la loro fame.

Io qualche dubbio l’avevo e mi domandavo come i cioccolatini sarebbero potuti arrivare indenni fin lì, dal momento che in Africa era risaputamente caldo e c’era un sole che arrostiva anche le pietre, quindi i cioccolatini, non appena arrivati a destinazione, si sarebbero immediatamente liquefatti.

Però mi sembrava ugualmente lodevole esercitare quest’arte della privazione, anche se avevo il sospetto che a mangiarsi tutti i nostri dolcetti sarebbero state le suore.

Un giorno accadde un fatto increscioso: dall’altarino dov’era esposta la nostra mercanzia sacrificale scomparve un cioccolatino. Chi era il reprobo che aveva osato compiere un simile deprecabile gesto?

Le suore subito misero tutti alle strette e alla fine, dopo varie sedute inquisitorie, un bambino capitolò, ammettendo di essere stato lui a compiere l’azione infame. "Perché l’hai fatto?" chiese la suora inquisitrice, la cui voce era affilata e tagliente come una lama.

"Il cioccolatino era mio, l’avevo portato io, me lo sono ripreso e l’ho mangiato." la suora lo guardava impassibile ed inflessibile "E perché te lo sei mangiato?" Il bambino non sapeva più cosa rispondere, mai avrebbe pensato che la sua colpa fosse così irredimibile, ma ripose ugualmente con noncuranza "Perché avevo fame.." "Avevi fame..." replicò acida e sardonica la suora, ma la vidi un po’ in difficoltà.

Nulla poteva davanti a quest’impulso incoercibile che reclamava un’immediata soddisfazione e che se ne sbatteva altamente dell’improbabile viaggio che il cioccolatino avrebbe dovuto compiere verso il continente nero per sollevare e riscattare una popolazione ormai allo stremo. Forse la suora pensava che da quel momento in poi sarebbe stato meglio evitare di mandare cioccolata in Biafra e dedicarsi piuttosto a perfezionare certi dettagli riguardanti la nostra educazione al sacrificio.

Spoetizzamento

Su una pagina del sussidiario delle elementari, che si chiamava marzialmente "Lo svegliarino"e che aveva in copertina un soldatino armato di tamburo ( che rappresentasse il risveglio delle nostre coscienze ancora immerse in uno stato aurorale?) mi soffermavo sempre a fantasticare su una illustrazione che riguardava Garibaldi.Del resto, il Risorgimento, con tutta la sua ubriacatura patriottica, era finito da poco, neanche cento anni. L’illustrazione celebrava il fatidico incontro di Teano,in cui l’Eroe dei Due Mondi, biondo e glaucopide, in camicia rossa e poncho sudamericano che gli donava un’aria furfantesca,ritto sul suo cavallo bianco, dava la mano a un baffuto Vittorio Emanuele II,(che non ebbe mai il coraggio di chiamarsi I) , in elmo ed uniforme. Sotto le due figure epocali, c’era una didascalia che riportava la storica frase che dicono fosse stata pronunciata dal generoso avventuriero, in occasione di quell’incontro, divenuto una pietra miliare nella storia del nostro paese: "Saluto il Re d’Italia!"

L’enfasi risorgimentale e patriottica non era ancora del tutto sbollita a cent’anni dalla nascita della nostra nazione ed io, come tutti, ero follemente innamorata di Garibaldi.
Vedevo in lui l’eroe generoso e coraggioso, che dopo aver combattuto per realizzare un sogno per il quale molti erano dovuti soccombere( tipo i Fratelli Bandiera e Carlo Pisacane) aveva saputo farsi da parte e lasciare ad un altro l’onore e la gloria. La sua grandezza stava appunto in quell’umiltà senza pretese e in quella sua camicia rossa, rossa come il colore del sangue, dell’amore, della carità con cui aveva combattuto, senza pretendere nulla in cambio.

Garibaldi, con le sue lunghe chiome scomposte era decisamente più interessante di tutti gli altri uomini del Risorgimento, coi loro pletorici favoriti, gli occhialini con la montatura d’oro, l’orologio nel panciotto, statisti, economisti, letterati, filosofi, menti fredde e pragmatiche, pedanti e senza vita, lui sì che incarnava appieno l’Archetipo dell’Eroe. Il suo carisma, la sua audacia, la sua aria malandrina, da irregolare, mi facevano sognare impeti e assalti e mi rattristavo fin quasi alle lacrime pensando al triste destino che era toccato alla sua Anita, epica ed amata compagna, presso le valli di Comacchio, dove era perita, consumata dalle febbri malariche, come in una palude Stigia. Mi sembrava che un eroe di quel calibro non ci sarebbe stato né prima né dopo di lui, avrei voluto essergli figlia, sorella, compagna, per poter assorbire un po’ della sua grandezza e della sua luce.

E continuai a vagheggiarlo così fino a quando un giorno, in un museo del Risorgimento, non ricordo più dove, mi capitò di vedere in una bacheca di vetro, conservata come una santa reliquia, la camicia rossa che gli era appartenuta. La camicia, per altro ben conservata, risultava essere di dimensioni extra small, più adatta ad un nano o ad un lillipuziano che non all’eroe biondo ed impavido che vagheggiavo da sempre.

Mi spoetizzai di colpo e da quel momento smisi di amarlo e di amare gli eroi in generale e compresi che la storia tende sempre a gonfiare, mitizzare, trasfigurare i suoi personaggi. In realtà, Garibaldi, anche se aveva compiuto memorabili imprese ed era celebrato in tutti i libri a imperitura memoria dei posteri, in fondo, Garibaldi era un nano, o, se non proprio un nano, sicuramente un uomo di bassa statura.

Il Demone meridiano

"...Non temerai pericolo notturno/né saetta che vola di giorno/ né peste vagante nelle tenebre/né assalto del demone di mezzogiorno..." (Salmo 90). La cosa che temevo ed aborrivo di più era l’obbligo del riposino pomeridiano. Dal momento che al Collegio Vanzo le lezioni si protraevano fino alle 16, le suore, per cavarsi d’impaccio e neutralizzarci per un po’, imponevano agli alunni delle varie classi elementari di dormire. Tiravano giù le persiane e ci costringevano a sonni accidiosi, con le mani conserte e il capo reclino sul banco. Per me, refrattaria ad ogni tipo di abbandono, questo evento costituiva una vera e propria tortura. Per certi bambini invece questa siesta costituiva un momento di rigenerazione necessaria e si gettavano a pesce nelle braccia di Morfeo. In quei momenti, che a me sembravano interminabili,nella penombra sbirciavo di soppiatto (non si poteva alzare la testa né tantomeno dimostrare di non avere sonno) quelle file di dormienti inconsapevoli dalle guance arrossate, stropicciate e le mascelle cascanti,con la bocca aperta in un grufolìo adenoidale, dalla quale a volte usciva un rivolo di saliva schiumosa. Li trovavo orribili: orribili come dei morti in trincea, orribili come delle marionette abbandonate in un magazzino al termine di una rappresentazione ed ero fermamente risoluta a non fare la loro stessa fine. Probabilmente nel mucchio c’era qualcun altro che come me, simulava di dormire, ma non potevo saperlo, perduta com’ero in quella selva di teste recline. Aleggiava nell’aria un odore rancido, il tipico odore delle aule sovraffollate rimaste chiuse a lungo. Si soffocava in quell’oscurità. Allora, per ingannare il tempo, mi dedicavo a sogni lucidi, con la coscienza che il mondo non si era ridotto a quello spazio angusto, consapevole che fuori da quelle mura c’era il sole, c’erano gli alberi, le nuvole l’aria, la VITA insomma… Iniziavo così a fantasticare e ben presto mi resi conto che, se strizzavo gli occhi più del dovuto, potevo avere anche delle visioni. Vedevo delle macchie colorate gialle, rosa, verdi, lampone che si allargavano su di uno sfondo nero, che ruotavano e fluttuavano, impalpabili e sempre in movimento. Ma il top della visionarietà lo raggiungevo quando, dopo essere passata attraverso tutte queste fasi intermedie, giungevo al campo di prezzemolo: era un’immagine molto più nitida delle altre,come incisa da un bulino su uno sfondo di rame. Vedevo perfettamente tutte le foglie delle piante, una ad una, ed erano nitide, di un frastagliato verde scuro. Da lì, sapevo che quello era il trampolino di lancio per entrare in un’altra dimensione: oltre il campo di prezzemolo c’era una porta che io dovevo aprire per uscire all’aria aperta. Me ne andavo così in altri mondi,in altre dimensioni lasciando quel maleodorante dormitorio per luoghi meno angusti. Altre volte, per scampare alla tortura, chiedevo di andare in bagno e lì bevevo sorsi d’acqua fresca dal rubinetto, m’incantavo a guardare le decalcomanie incollate alle piastrelle, mi attardavo più che potevo pur di non sprofondare nel reame delle tenebre che mi attendeva al di là della porta chiusa.

Alla fine, quando la mia protratta evasione non era più giustificabile, mestamente ritornavo nel paese del sonno imposto, ovvero della noia infinita. Una sensazione dolciastra, nauseabonda che all’improvviso mi serrava la gola in uno sgomento senza limiti e dalla quale mi sentivo sopraffatta. In quei momenti mi domandavo: "E se fosse questa la vita? Se la vita fosse come questo riposino pomeridiano, qualcosa che non si vuole e si subisce con docilità rassegnata? Se la vita per me fosse questo torpore nella penombra che devo sopportare e condividere con altri infelici nelle mie stesse condizioni?" In quei momenti di sconforto e di amarezza forse non mi rendevo conto di essere preda dell’Accidia, dell’Evagatio Mentis, perniciosi effetti del Demone Meridiano che tanto aveva devastato i monaci dei primi secoli della cristianità. E probabilmente neppure le Suore si rendevano conto che quel sonno imposto nelle prime ore del pomeriggio più tardi avrebbe fatto di noi degli inquieti sognatori.



1 marzo 2010




Lucia Guidorizzi, Venezia


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