Transfinito edizioni

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Entropici doni dall’Aldilà

Lucia Guidorizzi
(8.02.2010)

Il 6 Febbraio era una solenne ricorrenza per il Collegio Vanzo: si celebrava Santa Dorotea, da cui le suore dorotee prendevano il nome. Se Pandora, pur essendo piena di doni viene ricordata come una femmina stolta che, per la sua dannata curiositas, aveva travolto l’umanità, dando la stura ai guai di tutto il mondo, Dorotea invece era un dono divino. Bella e nobile fanciulla cristiana di Cesarea, pietosa e sensibile, fu giustiziata durante la terribile persecuzione di Diocleziano. Prima di morire, seppe elargire un ultimo dono a Teofilo, suo corteggiatore frustrato che la irrise mentre saliva sul patibolo gridandole:

- Dorotea, dove stai andando di bello?

Ella, senza batter ciglio rispose:

- Vado nel Giardino di Cristo, pieno di fiori bellissimi che non sfioriscono mai e di frutti bellissimi ed immarcescibili.

Le ribattè sardonicamente Teofilo:

- Dorotea, quando ti troverai colà, mi faresti un piacere ad inviarmi in dono qualche frutto e qualche fiore di quel Giardino meraviglioso.

- Sarà fatto, rispose impavidamente la fanciulla.

Infatti, mentre essa veniva giustiziata, apparve accanto a Teofilo che se la rideva un luminoso fanciullo che gli consegnò un cestello con tre mele freschissime e tre splendide rose: a quel punto a Teofilo non restò altro che convertirsi e venne pure lui giustiziato. Le suore dorotee, per ricordare quel sanguinoso miracolo ci facevano portare nella chiesa del convento, dove si celebrava la Messa in onore della Santa, dei cestini pieni di mele rosse. Le rose non c’erano perchè a Febbraio era difficile procurarsele. Per noi era una festa: li adornavamo con cura, infiocchettandoli con nastri sensuali di seta. La chiesa era un rosso tripudio: deponevamo i cestini ai piedi dell’altare mentre il prete chiamato per celebrare la santa ricorrenza li benediva recitando queste parole:

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Santa Dorotea

"Salve nobilis puella, rutilans coelestis stella, rogitamus votis bonis, mundanae confusionis ut a malo defendamur pondere, nec teneamur paupertate, te iuvante et a deo procurante.Salve constans, animosa in conspectu, rubens rosa, fac ut salutiferarum plagis poenitentiarum in hac vita feriamur pro peccatis et scindarum, ut hic poenitendo caesi maneamus tunc illesi..."

Parole che non capivo ma che mi affascinavano tantissimo, in particolar modo "rutilans coelestis stella" "rubens rosa" "maneamus tunc illesi" davvero mi sembravano formule esoteriche in grado di aprirmi finestre su mondi ineffabili e giardini di delizie... La cerimonia mi piaceva immensamente, il rosso delle mele e dei paramenti si contrapponeva al tetro grigiore invernale di un febbraio appena iniziato e faceva sperare bene. Quando, dopo la benedizione alle mele, storditi dai fumi sprigionati copiosamente dai turiboli, tornavamo a casa, le suore ci raccomandavano di mangiare le mele completamente, bucce e torsolo inclusi, in quanto erano benedette e gli scarti non si dovevano buttare assolutamente via. A me sembravano mele magiche, un po’ come quelle di Biancaneve o dell’Eden, lievemente equivoche. La mia famiglia era religiosa ma non bigotta, per cui non vedeva la necessità di seguire alla lettera la prescrizione tassativa delle suore e perciò gli scarti restavano sul piatto e venivano buttati via insieme alle immondizie. Frastornata da questi atteggiamenti contrastanti masticavo in religioso silenzio le mie mele, polpose e zuccherine come solo un frutto paradisiaco può essere e al tempo stesso provavo una piacevole ebbrezza nel trasgredire la prescrizione ricevuta.... mi sentivo circondata da un aroma terribile e dolcissimo.... che più avanti compresi... era odor di sacrilegio...

6 febbraio 2010


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26.04.2017