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Mario Tobino, “Per le antiche scale”

Marina Monego
(15.06.2009)

Le antiche scale di Tobino, articolate “come in un disegno di Piranesi”, sono quelle del manicomio di Maggiano, struttura antica, ex convento, cittadella fortificata, piena di anditi, androni, porte, chiavistelli, sbarre, mura, luogo di segregazione e di tentativi di cura. Sono queste scale che il dottor Anselmo percorre e ripercorre infinite volte nel corso della sua esistenza, trascorsa in gran parte all’interno dell’istituto, nel quale ha scelto di abitare conducendo la stessa vita dei matti.

Il dottor Anselmo – alter ego tobiniano – si è ritirato nel manicomio come su un’isola, nauseato dalla dittatura fascista prima e poi dal dopoguerra, portatore di disillusioni. Qui, tra queste mura cariche di storie, intrise delle sofferenze dei malati, viene a conoscenza delle vicende di un suo illustre predecessore, il dottor Bonaccorsi, figura leggendaria che ancora aleggia nell’istituto, ammantata di reverenziale timore.

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Alessandro Taglioni, "Il legame materiale", 2009, acrilico su tela, cm 80x120

Vissuto nei primi anni del Novecento, Bonaccorsi è stato, quale primario, per anni la vera anima del manicomio, oscurando con le sue capacità e il suo attivismo inarrestabile qualsiasi altra figura di medico. Era alto, biondo, bello, “un che di longobardo”, con una barbetta a punta che talvolta amava stringere nel pugno.

Garbatissimo, amabile conversatore, amante formidabile, uomo fascinoso, è iperattivo tanto che la sua mente dev’essere sempre occupata da nuove idee e nuovi progetti. Bonaccorsi è generoso con tutti: a infermieri e malati dona piccole cifre di denaro, ai giovani medici regala i suoi lavori scientifici, che lui non firma mai.

In verità la causa di questo comportamento è un clamoroso abbaglio preso da lui e dalla sua equipe anni prima, nel 1902, periodo di fervidi studi in psichiatria, descritto da Tobino con toni eroici.

Bonaccorsi e i suoi avevano creduto di aver scoperto la causa della schizofrenia, si erano presentati a un congresso importante con numerosi vetrini, ma quel puntolino scuro che risultava nel sangue dei malati era dovuto a un difetto del colorante. Da quel giorno Bonaccorsi aveva deciso di non firmare più alcun lavoro e di ritirarsi all’interno del manicomio, suo regno, come in un bozzolo.

Del resto l’ombra della follia grava sulla sua famiglia e una sorella è ricoverata al reparto agitate.

Geniale, ma burbero, gran lavoratore, Bonaccorsi conduce una vita spartana, porta alcune innovazioni nel trattamento dei malati: viene tolta la camicia di forza, gli infermieri, in genere contadini, sono obbligati a non considerarsi carcerieri, ma ad avere sempre comportamenti umani con i ricoverati, dei matti si parla come di persone di casa, chiamandoli col nome di battesimo. È una gestione un po’paternalistica del manicomio, ma più umana.

Successivamente, con l’avvento del fascismo, i vecchi medici, che si sentono diversi, alieni al nuovo clima politico, decidono di andare in pensione tutti insieme.

La prima parte del libro, intitolata “Dentro la cerchia delle mura”, è quasi un romanzo breve ed è interamente dedicata a queste vicende, che Anselmo viene a conoscere a poco a poco dal portiere D’Inzeo e dal tecnico di laboratorio Achille, a lungo collaboratore di Bonaccorsi, che l’ha sempre dominato col suo forte carattere.

Anselmo percepisce in quella generazione di medici una fratellanza, una patria che non ha più, intuisce in loro persone che hanno operato per il bene con modestia e la sua scelta di vivere nel manicomio, quasi come un eremita, è simile alla loro.

I racconti successivi narrano, con varia ampiezza, vicende di matti, mentre sullo sfondo passa la Storia. Al fascismo segue il dopoguerra e poi, nel 1952, la grande rivoluzione: la scoperta degli psicofarmaci, che sembrano risolvere ogni problema, imbavagliano la follia, la tranquillizzano.

Anselmo è disorientato, inizia a sentirsi superato, l’universo manicomiale – luogo chiuso per eccellenza – si apre: via i chiavistelli, via le sbarre, i malati possono anche allontanarsi, tornare tra gli uomini. La follia non esiste, è prodotta dalla società, dice la nuova legge.

Anselmo non nasconde il suo disappunto: “E inoltre c’è da aggiungere che oggi è di moda, un andazzo, specie presso i medici giovani, psichiatri innovatori, di sdrammatizzare la pazzia, dichiararla non pericolosa, affermare che non esiste; e non la vogliono riconoscere neppure quando tragicamente si presenta. E se delle volte la pazzia li colpisce proprio sul muso, che è impossibile dire di no, allora ripiegano sulla società, incolpano questa, che è malformata, la società la profonda causa delle malattie mentali”. (p.117-118)

Se in alcuni casi i farmaci paiono dare nuova vita e possibilità d’interazione con malati prima imperscrutabili, in altri casi non è facile trovare la cura giusta, l’errore è sempre in agguato e la follia potrebbe riaccendersi, quale dea affascinante e terribile, cui Anselmo ha sempre guardato con reverenza e cautela, col grande desiderio di capirla e curarla.

Nei suoi lunghi anni di frequentazione della malattia Anselmo pensa di aver capito che la malattia psichiatrica riguarda l’intelletto, non i sentimenti.

“All’invasione di una malattia mentale i sentimenti si ritirano, come in esilio; se ne vanno in una loro misteriosa e intoccabile isola, pronti a tornare appena l’alterazione mentale si è estinta”. (p.164)

Ai ritratti della follia Tobino dedica i suoi racconti, con la consueta partecipazione umana, con quell’amore disinteressato che già si era visto ne “Le libere donne di Magliano”, un testo più diaristico rispetto a “Per le antiche scale”, che invece ha dignità di romanzo, è “una storia” come recita il sottotitolo.

Storia di Bonaccorsi, raccolta e tramandata da Anselmo e storia di Anselmo, dei matti, del cambiamento di una struttura che pareva immutabile, chiusa, una roccaforte dei deliri.

Gli ultimi racconti mostrano malati invecchiati come il loro medico, di alcuni è narrata la fine. Storie penose come nel caso della Guelfi, che dopo una vita spesa a lavorare “come due infermiere”, ottantenne, non avendo parenti, finisce alle sale anatomiche dell’università (“Generosa ricompensa”). Storie più lievi, come quella del marinaio Bongi (“Addio a un marinaio”), che “aveva finalmente di nuovo attraversato la passerella” con i suoi deliri marinareschi.

La natura accompagna con squarci lirici le osservazioni di Anselmo:

“La primavera per la pianura lucchese contornata dal cerchio dei monti sembrava non fosse mai stata così bella, sgorgava, il verde era limpido, s’intricavano tra loro i colori fanciulli, un esultare, un nascere per la prima volta nel mondo”. (p.193)

La pazzia in certi casi s’ammanta di purezza e d’innocenza, è eterno, inesauribile mistero, che può sciogliersi nella musica (“Lo strumento della voce umana”, “Davvero Anselmo è vicino alla verità?”).

Questo secondo volume dedicato al manicomio offre una notevole prova narrativa di Tobino, è un insieme armonico con unità di luogo e personaggi, che conferma l’abilità dello scrittore nel parlare di un microcosmo che sente profondamente suo.




Edizione esaminata e brevi note

Mario Tobino (Viareggio 1910-Agrigento 1991) psichiatra e scrittore italiano.

Mario Tobino, Per le antiche scale. Una storia, Milano, Oscar Mondadori 1980. Introduzione di Felice Del Beccaro.

Prima pubblicazione su Lankelot.eu


Marina Monego, aprile 2009


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